"De Magistris: serve un partito che dia voce agli indignati"
Leggi l'intervista al sindaco di Napoli da "Repubblica del 20/10/2011 cliccando QUI
"Parlato: Temo una coda degli ultimi scontri"
Leggi l'intervista al giornalista del "Manifesto" sul "Corriere" del 20/10/2011 cliccando QUI
"Gli indignados non sono untori. La politica riparta dall'uguaglianza"
Di Massimo Mucchetti dal "Corriere" del 20/10/2011
(Il link all'articolo, QUI)
E dopo? Dopo la condanna, senza se e senza ma, delle distruzioni inflitte alla città di Roma, preso l’impegno a punire i responsabili dei reati e a migliorare per il futuro la prevenzione e il contrasto della violenza di piazza, dopo tutto questo che cosa diciamo agli indignati pacifici che restano i più? Ernesto Galli della Loggia dice: torniamo alla politica; l’indignazione di per sé non risolve. Giusto. Ma a quale politica?
In Italia e all’estero i cortei scandiscono slogan marxisteggianti. Si critica il capitalismo finanziario. Si invoca il default come se questo elegante anglicismo fosse la modernizzazione vincente della lotta di classe e non l’ammissione cruda di un fallimento. Che pagheremmo tutti. Ma bastano questi segni a fare degli indignados un movimento rivoluzionario da affrontare con il manganello per gli eversori e le esortazioni a studiare di più e manifestare di meno per tutti gli altri? Temo che, fatta rispettare la legge, quanti oggi hanno l’età e il rango per esercitare il potere non abbiano il diritto di impartire troppe lezioni, ma abbiano di dovere di dialogare e capire. Anche quando gli indignados sembrano volere tutto e il contrario di tutto.
I movimenti allo stato nascente come questo, che dal Nord Africa è dilagato nel Primo Mondo, sono aperti a esiti differenti; accolgono e restituiscono gli stimoli più diversi. Se c’era un politico lontano dal ’68, questi era Aldo Moro. Eppure, Moro non si arroccò nella sua cultura. Si interrogò, invece, sui tempi nuovi, che quel movimento internazionale annunciava, e individuò un rimedio politico di un respiro così ampio che venne assassinato dalle Br: includere il Pci nella democrazia governante per togliere fiato alla sovversione. Il Psi craxiano considerava quel compromesso storico l’immeritata consacrazione dei comunisti senza che questi avessero fatto una loro Bad Godesberg. Lo osteggiò al punto di incrinare il fronte repubblicano durante la prigionia di Moro. Ma fu quello stesso Psi a guidare l’Italia nel referendum sulla scala mobile contro il radicalismo sindacale e berlingueriano.
La democrazia ha già perduto gli indignados? Non anticipiamo sentenze. Non abbiamo bisogno di trasformare tanti giovani in untori da condannare a prescindere, novelli giudici della Colonna Infame. D’altra parte, se si fossero già persi, dovremmo pur chiederci come mai non ci siamo accorti del loro smarrimento. Eravamo troppo presi a creare valore per gli azionisti per accorgerci che, nella meritocrazia del capitalismo finanziario, un medico ospedaliero di oltre 30 anni, con 5 di specialità, prende 1500 euro al mese, da precario?
Avere qualcosa di serio e di onesto da dire non è facile. Se i governi ne fossero stati capaci, il movimento non sarebbe esploso. Ma all’Italia almeno converrebbe non dimenticare come, negli anni Ottanta, domò il terrorismo che prese corpo e slancio dai movimenti giovanili del 1977, non tutti e immediatamente devoti alla lotta armata. Più o meno come potrebbe accadere agli indignados.
La battaglia fu vinta con la forza, l’intelligence e la legislazione premiale. Ma anche con tre decisioni politiche: ristrutturare le grandi fabbriche avendo buoni prodotti da costruire e da vendere; contrastare l’inflazione abolendo gli automatismi salariali; comprare consenso con la spesa pubblica, sociale e non, finanziata con sempre più debito pubblico, a tassi ben superiori all’inflazione. Un trasferimento di ricchezza reale, quest’ultimo, a favore dei ceti medi e alti. Pur inferiore a quella degli anni Settanta, la crescita continuò fino a quando l’ammontare del debito pubblico, in regime di libera circolazione dei capitali, espose l’Italia al rischio di insolvenza.
Avevamo alternative più virtuose? Certo, la coesione sociale si poteva avere anche senza pensioni baby; tenere in vita imprese decotte per disarmare qualche disperato è costato troppo. Ma oggi conta rilevare che quelle scelte, per quanto discutibili, erano comunque praticabili. I partiti di massa sapevano parlare a una parte rilevante del Paese. L’industria manifatturiera non aveva ancora subìto l’eclissi delle grandi imprese e i servizi erano in crescita, sia pur drogati dalla spesa pubblica; e questo significava lavoro, spesso qualificato. Ma soprattutto l’Italia poteva usare la leva del debito pubblico verso i ceti più poveri, con la spesa sociale, e verso i più ricchi, pagando interessi reali elevati, perché partiva da un debito pubblico basso in un Occidente in ripresa.
Nell’autunno caldo 2011, con la recessione che incombe di nuovo sull’Occidente, la crisi di fiducia nei debiti sovrani in Europa e la moneta unica che ci preclude la svalutazione, abbiamo le armi classiche tutte spuntate. Ma includere i ragazzi in un progetto condiviso resta l’imperativo. Per riuscirci, potremmo cominciare con l’ascoltare il motivo di fondo delle loro proteste: la critica della disuguaglianza. Ricordando che l’eccessiva concentrazione della ricchezza fa male all’economia, come diceva il marchese Cesare Beccaria, docente a Milano per conto dell’imperatrice Maria Teresa.
"Indignatevi con calma"
Di Rossana Rossanda da "Il Manifesto"
(Il link diretto all'articolo QUI)
Quale dispiegamento di buoni sentimenti ha accolto l'editoriale di Valentino Parlato dopo la manifestazione di sabato 15! L'indignazione si è levata contro di lui, sospettato, dopo una vita di mitezza e semmai di dubbi, se non di complicità almeno di concorso morale (come dicevano i giudici dell'emergenza) con i black bloc. Pensare che non me ne ero accorta e sono corsa a rileggere quel pezzo fatale. Scrive che è un gran bene che la manifestazione, per di più internazionale, sia così riuscita, e che i potenti del mondo devono sentire di avere perduto il molle consenso universale che credevano di avere e anche capire che la collera possa trascendere e mescolare alla protesta qualcosa di torbido.
E allora? Non lo doveva scrivere? Doveva far precedere a quel «è un bene» che la manifestazione sia riuscita che «è un male» che qualche centinaio di incappucciati, più o meno sinceri o, chissà mai, d'accordo con la polizia, vi si siano infiltrati? Doveva mettere le mani avanti, mostrare i documenti? Qualcuno si strappa i capelli: il manifesto, già definito per vent'anni come la destra della sinistra radicale, si è iscritto ai black bloc.
Suggerirei di non perdere la testa. Sono oltre trent'anni che vediamo inserirsi in ogni manifestazione di popolo gruppetti esagitati che fanno di tutto per farla fallire.
Sono trent'anni che credono di colpire la finanza spaccando le vetrine d'una agenzia bancaria che conta, come loro, quanto il due di picche. Di frenare Marchionne dando fuoco alla prima auto che si vedono a tiro. Sono trent'anni che chi protesta è sotto ricatto, se non manifesta non esiste e se manifesta è responsabile di metter a fuoco Roma. Sono almeno due decenni che ai giovani si dice che i vecchi gli hanno tolto il futuro, e ci sorprende se qualcuno, sprovveduto o troppo furbo, si incappuccia e crede di essere in guerra. Sono trent'anni che la sinistra si lascia dire che ha sbagliato tutto. Sono trent'anni che la libera stampa, con la quale solidarizziamo ogni cinque minuti, sta al gioco del Ministro degli Interni. Tutto già visto; da noi, da Maroni, da chiunque si trovi al Viminale. Adesso si propone a tale incarico il popolare sceriffo d'Italia, Di Pietro, cocco della sinistra per bene. La quale vorrebbe manifestare in santa pace, anzi - come scrive una gentile amica - con pensionati e bimbetti in carrozzina.
Se il manifesto ha sbagliato qualcosa (e non sarebbe una tragedia) è di lasciar credere nel suo titolo che: a) a Roma c'è stata una guerriglia; b) che era un avviso per la Bce. Userei la parola guerriglia, che è tragica, con prudenza, e l'indirizzo non sarebbe quello giusto. Se Valentino ha sbagliato qualcosa è nello scrivere che questo sabato ha cambiato un'epoca. No, non l'ha cambiata, né l'ha cambiata il fortunato appello di Stephane Hessel. Non sono loro a mettere stavolta il capitalismo in crisi, ci si è messo da solo. È avvezzo a sguazzare nelle sue crisi da quando esiste, e alla fine di ognuna di esse qualcuno è ancora più debole e qualcun altro si è arricchito. Ha però un punto debole, che si deve assicurare anche fra i suoi una maggioranza che crede nell'efficienza del sistema, crudele ma funzionante.
Stavolta ha strabordato, si è ispirato più ai baroni ladri e al Far West che a Adamo Smith, sta inciampando nei meccanismi che ha messo su e in alcune loro conseguenze. Povero Marx, lo pensava più intelligente, avrebbe estinto la rendita e il proletariato avrebbe estinto lui. Invece si è buttato follemente su di essa perdendo ogni controllo sul materiale-reale. Quanto al proletariato, dove sono i suoi partiti? Spenta l'Urss, si sono dati assenti.
Un tempo chi ci leggeva diceva di trovare nel manifesto una buona "cassetta degli attrezzi" per capire quel che succede nel più complesso e avvitato sistema di produzione della storia. Attrezzi per sapere, per mettersi assieme, lavorare sui giunti giusti. Con intelligenza per sapere e passione per fare, l'una senza l'altra non funziona, come diceva anche Spinoza buonanima. Ci abbiamo creduto fino al 1989. Poi, distraendoci dalle ragioni per cui eravamo nati, ci siamo detti che un giornale non era un laboratorio. Forse abbiamo sbagliato allora.
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