lunedì 17 ottobre 2011

D'Alema: puntare al 60% con un nuovo centrosinistra

Intervista di Dario di Vico dal Corriere del 16/10/2011



Il commento, di Nicola Melloni

Leggendo l'intervista di D'Alema si potrebbe esser tentati di rilanciare nuovamente l'invettiva morettiana:  D'Alema, dì una cosa di sinistra. Iin realta', tra le righe, una cosa di sinistra sta intervista la dice - quando parla della precarieta'. il discorso di D'alema e' chiaro e pure, secondo me, legittimo: riforme del mercato del lavoro e del sistema pensionistico ma con spostamento di risorse contemporaneo verso il lavoro (e i giovani). non e' un discorso progressista (infatti parla di riforme liberali, come se non ne avessimo avute abbastanza) ma comprensibile e non conservatore.
rimangono dei dubbi:
- mentre le riforme pro-impresa sarebbero sicuramente effettuate - e su questo i governi di centrosinistra hanno dato brillantissima prova di se' - anche perche' richiedono inteventi legislativi, chi garantirebbe che avvenga la contemporanea ridistribuzione a favore del lavoro e delle nuove generazioni, che sembra invece su base molto ma molto volontaristica e cmq in parziale controtendenza rispetto alla "liberalizzazione" che sia lui che bersani richiedono, in perfetto accordo con casini, infatti
- perche' la sinistra dovrebbe accettare questo schema (a parte l'evidente voglia di governo e protagonismo di vendola&c.) si fa francamente fatica a capire. quali le garanzie dopo che il governo prodi si distinse non per l'insubordinazione della sinistra (la favola dei giornali del potere, da repubblica in giu', che vogliono sbarazzarsi, con un certo successo, della sinistra "vera") ma per il mancato rispetto del programma SOLAMENTE nella sua componente progressista (guerra, mercato dle lavoro, infatti, cuneo fiscale, rendite finanziarie, per non parlare di dico etc etc)


soprattutto perche' queste riforme non si possono fare trovando un incontro tra governo e opposizione (pci/dc, ricordate), in cui la compagine governativa si puo' tranquillamente caratterizzare per il suo moderatismo e l'opposizione sinistra per il suo programma piu' radicale (che parola...). il tutto ovviamente, in presenza di una riforma elettorale che tolga il premio di maggioranza e che NON sia il mattarellum che forza coalizione elettorali e non politiche ugualmente al porcellum, ma mediante il ritorno al proporzionale, possibilmente con sbarramento che porti partiti simili (e divisi solo da rancori personali che solo in italia sono una categoria politica) a riunirsi.


infine, il punto e' che d'alema, che fa tattica come sempre nella sua vita, non riesce ad avere una visione complessa del mondo che vada oltre il plastico di una battaglia. non c'e' nulla sulla crisi attuale e su come uscirne. certo si richiede la modernizzazione dell'economia italiana, che e' assolutamente imprescindibile. ma la si richiede sull'inutile riproposizione di schemi degli anni 90 che hanno, con tutta evidenza, fatto il loro tempo e fallito inesorabilmente. non si riconosce neanche il fallimento del progetto economico/politico del pd di modernizzazione - le privatizzazioni clamorosamente sbagliate e corrotte, le inutili liberalizzazioni, il non aver alzato le tasse sulle rendite, che ora addirittura fa tremonti, la patrimoniale che ora e' sostenuta da montezemolo. con il paradosso che invece il programma economico di rifondazione del 96 e del 2006 e' la piattaforma attuale di partenza per uscire dalla crisi - non la piattaforma comunista ma quella della classe media "democratica" (non nel senso del partito ahime').

L'INTERVISTA ALL'EX PREMIER: «ALLEANZA PROGRESSISTI-MODERATI»
«Bersani-Di Pietro-Vendola? Insufficiente. Montezemolo? Non abbiamo bisogno di demiurghi»

Un'alleanza in grado di valere almeno il 60% dell'elettorato. Un nuovo centrosinistra capace di andare oltre le colonne d'Ercole rappresentate dal vecchio Ulivo. Un consenso largo per ricollocare l'Italia nello scenario mondiale in rapida evoluzione. È questa la proposta di Massimo D'Alema, un'ipotesi politica ambiziosa ma che non è un'auto-candidatura. «Non ho problemi di ruolo. Un leader lo abbiamo, e si chiama Pier Luigi Bersani. Per il resto, confido che una nuova stagione politica si accompagni a un ricambio generazionale».

La realtà però non induce all'ottimismo. Berlusconi venerdì ha incassato l'ennesima fiducia e alle opposizioni non è riuscita la parte destruens, figuriamoci la construens.
«Berlusconi ha la forza di impedire che si formi un governo di larga responsabilità ma non ha la capacità di rilanciare una prospettiva di fine legislatura. Per cui tocca alle opposizioni sbloccare la situazione avanzando una proposta che già dall'annuncio possa accelerare il mutamento».

Lei guarda ad elezioni anticipate nel 2012?
«Le opposizioni devono definire un progetto alternativo di governo, non una mera alleanza elettorale. Dobbiamo offrire agli italiani una vera prospettiva politica in grado di unire le forze e dare speranza al Paese».

Quindi non le basta aspettare le elezioni e magari vincerle sommando i voti di Pd, Sel e Idv.
«L'Ulivo in passato è stato capace di vincere con il 43-45%, ma a questo punto non basta. Ci vuole un'alleanza politica, sociale e culturale che aggreghi almeno il 60%. Siamo nel vivo di una crisi che è anche un mutamento mondiale di portata storica. L'Italia può farcela, ma ha bisogno di trasformazioni coraggiose, profonde. Tanto più che con Berlusconi abbiamo perduto dieci anni. Per questo occorre un consenso largo, un'alleanza tra progressisti e moderati, un progetto capace di guidare il Paese almeno per una legislatura di grandi riforme e di ricostruzione».

La spinge ad avanzare questa proposta un certo scetticismo verso il bipolarismo?
«Io sono per il bipolarismo, lo considero un valore. Nonostante tutti i suoi limiti ha avviato un ricambio della classe dirigente che resta l'acquisizione più significativa della Seconda Repubblica. Ma è stato un bipolarismo rozzo, segnato dalla figura di Berlusconi e oggi va rifondato su basi europee».

Avanzando un'idea di incontro tra progressisti e moderati in qualche maniera lei ammette che la «foto di Vasto», Bersani-Vendola-Di Pietro, non è un'offerta vincente.
«Non ho timore a dire che si tratta di uno schema insufficiente, ma ricordo a tutti coloro che hanno ironizzato su quella foto che quei tre signori rappresentano oggi, secondo gli ultimi sondaggi, il 44%. Una parte molto larga del mondo del lavoro e della cultura, senza la quale non vi è possibilità di rinnovamento del Paese».

Come pensa di portare tutto quel 44% nel nuovo centrosinistra? Ci sono culture e riferimenti sociali che sarà difficile far coesistere con i moderati.
«Il compromesso dei moderati con la sinistra è necessario perché non si fanno le riforme senza il consenso della maggioranza dei cittadini, e non solo del Parlamento. Ma anche perché il Paese ha bisogno di essere modernizzato con riforme "liberali", capaci di superare incrostazioni e resistenze corporative. Ed è necessaria un'azione incisiva che riduca le diseguaglianze e valorizzi il lavoro. Altrimenti, come si è visto, non c'è crescita della ricchezza».

Sarà un rebus stipulare un compromesso con la sinistra senza disporre di consistenti flussi di spesa pubblica. In passato si è fatto sempre così.
«È un rebus europeo, non solo italiano. Tuttavia il centrosinistra con Prodi, Ciampi, Padoa-Schioppa ha dimostrato di saper condurre una politica rigorosa. Quei governi, alla fine degli anni '90, avevano portato la spesa pubblica al 46,2% del Pil, incidendo soprattutto sulla spesa corrente. Con Berlusconi siamo arrivati a oltre il 53%. Non esiste da noi una destra liberale. È sempre stata corporativa e statalista, e il berlusconismo non ha fatto eccezione».

La lettera della Bce al governo italiano è un contributo al programma della nuova alleanza? Qualcuno nel Pd l'ha bollata come apologia di liberismo.
«Si sono ascoltate voci diverse e comunque quella lettera non è un programma di governo. Sarebbe un curioso esito della democrazia europea se le scelte politiche fossero demandate alle banche. In ogni caso, la risposta politica del nostro Paese alla Bce dovrebbe consistere in un nuovo patto sociale. Non sono contrario, come è noto, ad accelerare la riforma previdenziale e del sistema contributivo. Penso che flessibilità e impegno comune di lavoratori e aziende per elevare la produttività del lavoro siano necessari, ma dall'altra parte c'è un assoluto bisogno di ridurre la drammatica incertezza legata alla precarietà, che penalizza un'intera nuova generazione. Insomma, spetta alla politica offrire risposte convincenti e socialmente sostenibili. D'altro canto le banche non si presentano alle elezioni e se lo facessero, di questi tempi, non avrebbero i voti per governare».

Una parte significativa della sinistra che lei vuole portare al governo con i moderati sostiene gli indignados e attacca la Bce. E dopo che Roma è stata messa a ferro e fuoco risulta poco credibile pensare di poter coniugare piazza e governo del Paese.
«A Roma c'è stata una grande manifestazione al di là delle aspettative che esprime un disagio e una protesta diffusa in tutto il mondo. La violenza di gruppi estremisti, che condanno, non oscura il significato di questa giornata di lotta. Le piazze non governano ma i governi devono saper rispondere a questo disagio con una politica che ridia speranza ai giovani».

Per arrivare al suo 60% occorre portare all'alleanza con la sinistra il Nord, la Confindustria, la piccola impresa, le professioni, mondi che finora sono stati generosi di consensi verso Berlusconi.
«Le forze sociali si sono illuse che Berlusconi affrontasse i veri problemi dello sviluppo italiano e ora si stanno ricredendo. Dobbiamo sottoporre loro un'offerta politica convincente per ridare slancio al Paese e mettere mano ai meccanismi corporativi che lo bloccano. Tutto ciò non lo si fa senza o contro la sinistra e con sacrifici a senso unico. Vuol dire lotta all'evasione fiscale e riequilibrare la pressione, che grava quasi esclusivamente su lavoro e imprese, spostandone il giusto peso su patrimoni e rendite. In una logica di interesse generale, i sacrifici devono essere fatti in proporzione alle proprie possibilità e quindi anche da parte dei ricchi».

Pensa di poter mettere d'accordo le istanze della Marcegaglia e quelle di Vendola?
«Le assicuro che non è impossibile che vadano d'accordo. Vendola è un uomo di governo, non è giudicabile per la sua sola produzione letteraria e parliamo comunque di una sinistra che esprime il sindaco di Milano, non di un gruppetto estremista».

Che giudizio dà dell'uscita di Marchionne dalla Confindustria?
«Indebolire le forze sociali in una fase come questa è un errore della Fiat, dietro c'è un'idea sbagliata dell'Italia. Poi si può discutere su come è stata guidata la Confindustria, quali errori ha fatto e via di questo passo. Ma è tutt'altra discussione».

Per lungo tempo nel Pd si è pensato che la scomposizione del centrodestra passasse per Giulio Tremonti. E ancora così?
«Apprezzo l'intelligenza di Tremonti, pur criticandone l'azione di governo. Non so cosa pensi oggi. Quello che comunque è evidente è che egli non ha la forza politica per essere il leader che porta il centrodestra ad un dialogo e ad una corresponsabilità con le forze di opposizione».

Quando parla dei moderati pensa innanzitutto a Pier Ferdinando Casini.
«Casini ha fatto la scelta coraggiosa di collocarsi all'opposizione rischiando di restare fuori dal Parlamento. E quando un uomo politico si mette in gioco va rispettato, tanto più che in questi anni l'Udc ha consolidato una linea di opposizione resistendo a reiterate lusinghe. Stare all'opposizione lo ha migliorato: è una scuola, fa bene alla salute politica, a condizione che non diventi una scelta esistenziale. Ma non credo sia il caso di Casini».

Cosa si aspetta che faccia Montezemolo. Sarà parte dell'incontro tra moderati e progressisti?
«La politica non è un club esclusivo e oggi più che mai le istituzioni hanno bisogno di personalità che vogliano servire il Paese con la forza della loro esperienza professionale e di lavoro. Ma non abbiamo bisogno di demiurghi che si illudano di potersi sostituire ai partiti e alle forze organizzate. Il Paese ha già dato. Chiunque pensasse di copiare Berlusconi si sbaglierebbe di grosso, non avrebbe la sua potenza di fuoco. Sono stato positivamente colpito da Alessandro Profumo. Alla domanda se volesse scendere in politica ha risposto "alla politica si sale". È così. Servire le istituzioni è una scelta a cui avvicinarsi con rispetto».

Prodi e D'Alema avranno un ruolo in questa nuova stagione politica che lei delinea?
«Premesso che non tocca a me il casting, rispondo che non ho problemi di ruolo e non sto cercando collocazioni. Dimettendomi da palazzo Chigi a suo tempo dimostrai che ai ruoli antepongo le coerenze politiche. Prodi è una grande personalità, tra l'altro molto apprezzata anche al di fuori del nostro Paese. Quindi è una risorsa importante».

Nessun commento:

Posta un commento