mercoledì 19 ottobre 2011

Gli italiani, mai più liberi di scendere in piazza?

La democrazia non ha prezzi
Di Stefano Rodotà da "Repubblica" del 19/10/2011

La fidejussione anti-violenza proposta da Maroni rivela casualità mentre sarebbero stati necessari freddezza e rigore.

La qualità della politica e dei politici si misura nelle situazioni difficili. Grave è sicuramente quel che è avvenuto sabato a Roma, e proprio per questo sarebbe stato indispensabile, da parte di tutti, reagire senza emotività, senza cedere alla tentazione di sfruttare la situazione per catturare qualche facile consenso.
E senza proporre misure che poi, in concreto, possono rivelarsi pericolose e pure scarsamente efficaci. Qualche memoria in questo senso dovremmo averla, a cominciare da quella legge Reale così incautamente evocata. E dovremmo aver capito, proprio perché abbiamo attraversato il dramma del terrorismo, che la forza della democrazia sta nella capacità di utilizzare fermamente la legalità ordinaria, senza precipitarsi ad invocare leggi eccezionali appena ci si trova di fronte a qualche difficoltà. La fuga nella legislazione eccezionale è stata troppe volte la via per apprestare alibi, per coprire inefficienze. Ed è stata pagata assai cara, perché le istituzioni hanno presentato una inutile faccia feroce, mentre tardavano nel mettere a punto le adeguate misure organizzative. Scrivere una norma è facile. Ben più arduo, ma indispensabile, è proprio predisporre strutture in grado di fronteggiare tempi mutati e difficili.
Il ministro dell´Interno, Maroni è apparso dimentico di tutto questo, preso da una voglia di fare che lo ha spinto a formulare proposte che, una volta di più, dimostrano quanto sia debole nell´attuale ceto di Governo la cultura della Costituzione. Rivelatrice è quella che vuole introdurre l´obbligo per gli organizzatori dei cortei di fornire una garanzia economica per risarcire gli eventuali danni arrecati da chi scende in piazza. Lasciamo da parte le enormi difficoltà tecniche e pratiche di una garanzia del genere (ma chi diavolo sono i consiglieri dei nostri governanti?). Consideriamo l´incidenza che essa avrebbe su uno dei diritti politici fondamentali, quello di manifestare in pubblico. Certo, questo deve avvenire “pacificamente e senza armi”, come vuole l´articolo 17 della Costituzione.
Ma è arbitrario aggiungere a queste parole la formula “e avendo adeguata capacità patrimoniale”. Un diritto fondamentale della persona diverrebbe così appannaggio di chi può pagarselo. Stiamo per tornare ai tempi della cittadinanza censitaria? Mai incostituzionalità è apparsa tanto clamorosa.
Vi è poi un bricolage di altre proposte specifiche, saltando dall´arresto in flagranza differita, a nuovi reati associativi, all´estensione ai manifestanti delle misure previste per i violenti nelle manifestazioni sportive (Daspo). Misure che dimostrano casualità e improvvisazione, proprio quando sarebbero stati necessari freddezza e rigore. Mi limito qui a ricordare la fatica con la quale la Corte costituzionale ha salvato il Daspo, e la possibilità di ritrovare nel fin troppo ricco armamentario penalistico indicazioni per qualificare i comportamenti violenti in modo tale da renderli concretamente perseguibili, senza tuttavia entrare nel territorio minato del “tipo d´autore”, per cui si rischia di trasformare il fatto di manifestare in comportamento criminoso.
La democrazia, dovremmo saperlo, è un regime difficile, dove la stessa salvezza della Repubblica non può mai essere pagata con il sacrificio di diritti fondamentali. Ma proprio qui sta la sua forza profonda, perché può opporre la sua fiducia nella libertà anche a chi la nega. E così può sfuggire alla trappola nella quale i violenti vorrebbero chiuderla: obbligarla a negare se stessa, per divenire in tal modo più agevolmente attaccabile. Questo è il garantismo dei tempi difficili, votato alla difesa dei principi e non strumentalizzato per la difesa di interessi personali.


Vietato vietare
Di Loris Campetti da "Il Manifesto" del 19/10/2011


In tempi forse peggiori di questo, quando nei cortei si sparava, la parte migliore della sinistra aveva risposto in piazza con una parola d'ordine forte e chiara: la democrazia si difende con la democrazia. Questo era anche il titolo del manifesto il giorno del rapimento di Aldo Moro, ma questo soprattutto gridavano in quello stesso giorno gli operai di Mirafiori, in piazza San Carlo a Torino. E nel '77, un anno certo non facile per chi rifiutava drasticamente l'equazione conflitto uguale terrorismo, la Fiom manifestava in piazza per i diritti dei lavoratori e in difesa della democrazia. Una delle più liberticide leggi della storia repubblicana, la legge Reale, marciava nella direzione opposta e in nome della difesa dell'ordine pubblico restringeva le libertà, criminalizzava singoli e movimenti, provocava negli anni una strage con centinaia di morti e feriti. Oggi che quegli anni sono per fortuna alle nostre spalle, anche grazie alla difesa della democrazia e del conflitto sociale garantita da forze come la Fiom, spuntano neo-nostalgici di quella legge sciagurata persino tra chi si vuole in prima fila nella lotta contro Berlusconi.
Vietare il corteo di venerdì indetto dalla Fiom nel giorno dello sciopero generale della Fiat e della Fincantieri è un attentato alla democrazia, un atto suicida di chi non ha imparato nulla dalle centinaia di migliaia di manifestanti pacifici che sabato hanno invaso Roma; nulla della domanda di cambiamento democratico per liberarsi di un regime globale autoritario e classista alla cui cupola si sono autoinsediati organismi finanziari privi di qualsivoglia delega democratica. Quella manifestazione chiedeva più politica, e non è accettabile che la risposta sia solo repressiva contro tutti quelli che non sono disposti a mettersi in riga. Non è ai responsabili dei gravi disordini di sabato che si punta ma al cuore del movimento democratico. La Fiom, come il 99 per cento delle persone scese in piazza a Roma, non ha bisogno di dimostrare la sua estraneità alla violenza: fin troppe immagini oltre alla storia di questi anni ne sono testimoni. Gli operai che pretendono di esercitare i loro diritti, difendere il lavoro e riconquistare il contratto nazionale manifestando a Roma il giorno dello sciopero generale Fiat sono figli e nipoti di chi ha già salvato questo paese e l'ha fatto crescere nella democrazia. Sono i figli e i nipoti di quei carrozzieri, meccanici, verniciatori, lastratori che nel '72 erano scesi in treno da Torino e Milano tra le bombe fasciste disseminate lungo i binari per liberare Reggio Calabria dai boia chi molla.
Gli operai metalmeccanici, come gli studenti e coloro che si spendono generosamente per costruire un ordine sociale più giusto, dunque un nuovo modello socialmente ed ecologicamente compatibile, non sono una minaccia alla democrazia e all'ordine ma ne rappresentano il presidio. Ragioni politiche e senso di responsabilità chiedono che quel divieto venga ritirato.
IL GOVERNO E LA PIAZZA
Dal blog di Luigi De Magistris, un'intervista rilasciata ad Adriana Pollice per il "Manifesto", 18/10/2011

"No a vecchi arnesi fascisti, protesta piena di contenuti"

 «Si deve tornare alla Legge Reale. Anzi bisogna fare la 'legge Reale 2'. Contro atti criminali come quelli di Roma. Si devono prevedere arresti e fermi obbligatori e riti direttissimi con pene esemplari», tuonava ieri Antonio Di Pietro a proposito della manifestazione del 15 ottobre, a cui non ha partecipato. Di diverso avviso il sindaco di Napoli e collega di partito, Luigi de Magistris, che invece a Roma c'è andato: «Sono stato soprattutto con Maurizio Landini e la Fiom, ma ho girato per il corteo il più possibile, per vedere e sentire cosa ha da dire il popolo degli Indignati».
Sindaco, da ex pm, ci vogliono davvero le leggi speciali? La legge Reale è un vecchio arnese fascista cancellato dalla democrazia, non serve resuscitarlo. Ci sono le leggi ordinarie, usiamo quelle. Piuttosto si rischia di cancellare una protesta piena di contenuti politici mettendola solo sul piano dell'ordine pubblico. Ho assistito a una certa dose di opportunismo da parte degli apparati di partito. Qualcuno, come me, c'è andato a titolo personale, qualcun'altro è rimasto a guardare per vedere come andava. La violenza non può essere la scusa per cancellare i problemi posti dagli Indignati. Un gruppo di giovanissimi ha deturpato la manifestazione, resta da capire come mai si sia sottovalutata la situazione e che ruolo ha svolto l'intelligence.
Si invocano leggi speciali per chi protesta quando la classe dirigente non fa che eludere il diritto Il rischio è che l'opinione pubblica si sia assuefatta alle malefatte del potere. Al punto in cui siamo, per assurdo, Berlusconi potrebbe mangiare un bambino e nessuno si stupirebbe. Il ministro Romano e il coordinatore campano del Pdl Cosentino, accusati di collusione con le mafie, continuano a pontificare. La violenza dei clan che entra nelle istituzioni, fatta di forzatura delle leggi e carta bollata, non indigna più nessuno. Il pericolo è che se una parte della società comincia a pensare che non è più possibile cambiare attraverso la politica allora avremo sempre di più ribellioni violente, magari anche fatte in buona fede. Ma naturalmente chi non vuole il cambiamento può utilizzarle come pretesto per ritornare a un ordine reazionario. Poi, certo, la mia solidarietà va a quanti, forze dell'ordine e manifestanti, hanno rischiato di farsi molto male.
Ieri ci sono state perquisizioni a tappeto in tutta Italia. L'impressione è che si sia colpito nel mucchio, più per intimidire che per indagare. Non voglio giudicare il lavoro delle forze dell'ordine però, da sindaco, dico attenzione a criminalizzare il dissenso. Ho sentito molti accostamenti in questi giorni che non condivido. Le lotte per la difesa delle comunità contro le discariche, i No Tav della Val di Susa, i No Dal Molin sono cosa diversa dal mettere a ferro e fuoco una città. C'è tanta forza nelle idee dei movimenti che non c'è bisogno della violenza. E' gente che ci mette la faccia, non il passamontagna.
Com'era quella parte di corteo che quasi nessuno ha raccontato? Pieno di proposte per un altro paradigma economico che mette radicalmente in discussione quello attuale. Pieno di cultura e non di generici slogan contro Berlusconi. Pieno di persone di tutte le età, uomini, donne e giovanissimi, precari, operai, artisti, intellettuali, pensionati, disoccupati e impiegati che hanno fischiato le frange più violente. Frange che però vanno interrogate, bisogna capire perché, per dare uno sbocco politico e democratico, portare richieste e bisogni nel governo della cosa pubblica. Attenti a quelli che hanno interesse a bloccare questo processo.

Manifestare sarà sempre più difficile I pareri di: Viroli,Colombo,d'Arcais,M. Fini
Dopo un giorno di scontri, tra scelte della polizia ed errori degli “indignati”


“La responsabilità principale di difendere la libertà di manifestare è sempre e solo dello Stato”: a scriverlo nella sua analisi è Maurizio Viroli. Perchè quel che emerge dalle opinioni dei nostri commentatori è che, comunque sia davvero andata sabato 15 ottobre a Roma, è stata una sconfitta. Che come diretta conseguenza potrebbe portare all’impossibilità di scendere in piazza per esprimere il dissenso
democratico. Si poteva evitare? Spiega Furio Colombo che “la manifestazione è stata colpita con inaudita violenza e una modesta e disorientata protezione della polizia”. Mentre Paolo Flores d’Arcais suddivide le responsabilità: se gli incappucciati “hanno calpestato la democrazia col loro squadrismo”, il ministro dell’Interno “ha responsabilità decisive”. Più provocatorio Massimo Fini: “A furia di non dare alcun ascolto a manifestazioni pacifiche, qualcuno per far sentire le proprie ragioni si sente autorizzato a ricorrere alle maniere forti”.

FURIO COLOMBO

Una disorganizzazione perfettamente sospetta
Sabato 15 ottobre è una data da ricordare. Quel giorno è finita la manifestazione spontanea del dissenso contro un governo che pure molti (in Italia e nel mondo) giudicano indegno di governare e comunque dedito ad attività inutili, illegali o sconce. È accaduto che una violentissima e bene organizzata sequenza di azioni distruttive, da parte di squadre di giovani mascherati, detti “Black bloc”, abbia cancellato il senso e la testimonianza di una manifestazione pacifica, organizzata assieme ad altre centinaia di eventi del genere (tutti pacifici e indisturbati) nel resto del mondo. Dovunque tali eventi volevano dire dissenso profondo e distacco assoluto da governi e misure detti di “austerità” che impongono ai cittadini, incluse le masse senza lavoro, i fallimenti di un’epoca di incontrollate attività di finanza a beneficio di pochi. Un solo governo, quello ormai illegale di Berlusconi (dopo la bocciatura alla Camera della legge sulla contabilità dello Stato, bocciatura che non è sanabile) non ha tollerato la grande manifestazione di dissenso dei cittadini. La manifestazione è stata colpita con inaudita violenza e una modesta e disorientata protezione della polizia. C’è un rapporto diretto fra un pessimo governo (che non tollera alcun tipo di critica e controlla tutta l’informazione) e la distruzione del dissenso tramite violenza organizzata? Non sono in grado di dimostrarlo ora, ma lo dico perché la coincidenza fra protesta, distruzione violenta della protesta, e stroncatura, d’ora in poi, di ogni altro tentativo di protesta pubblica contro il governo, è troppo clamorosa per confinarla nei limiti di poche centinaia di persone cattive, che rompono persino le statue della Madonna. La buona organizzazione che è mancata alla polizia, era ferrea fra gli uomini in nero. Forse è un caso. Forse.

MAURIZIO VIROLI

La responsabilità di difendere un diritto è dello Stato
Se i violenti riescono ad arrivare nella città dove si svolge la manifestazione, è molto difficile per le forze dell’ordine proteggere sia il corteo sia la città. Ne è prova quanto è avvenuto in altre città europee e americane, dove forze dell’ordine bene equipaggiate e bene addestrate hanno incontrato serie difficoltà. Ma impedire l’arrivo dei provocatori non dovrebbe essere impossibile, soprattutto con le moderne tecniche d’individuazione e d’intelligence, se c’è ferma volontà politica di farlo. Manifestare pacificamente è una fondamentale libertà civile. Il governo, e in particolare il ministro dell’Interno, hanno il dovere di difenderla con la massima determinazione e competenza. Un ministro dell’Interno che si rivela incapace di farlo dovrebbe dimettersi, se fosse una persona seria. Di fronte ai violenti organizzati, i cittadini pacifici disorganizzati possono fare ben poco. A Roma, i ragazzi e le ragazze che si sono mobilitati per esprimere il loro giusto sdegno nei confronti della corruzione politica che sta distruggendo il loro presente e il loro futuro, si sono comportati con saggezza e coraggio. Se vogliono difendere il movimento che hanno costruito da soli devono mantenere i nervi saldi e intensificare gli sforzi per isolare i provocatori. Il servizio d’ordine delle manifestazioni sindacali e del vecchio Pci riusciva quasi sempre a impedire ai violenti di infiltrarsi nel corteo, e non permetteva a nessuno di indossare un casco, o coprirsi il volto o brandire spranghe. I giovani del movimento potrebbero fare altrettanto. Ma deve essere chiaro che la responsabilità principale di difendere la libertà di manifestare è sempre e solo dello Stato.

PAOLO FLORES D’ARCAIS

Pagheremo un prezzo troppo alto
La rivolta è sacrosanta, il teppismo no, neppure per disperazione. Gli incappucciati che hanno bruciato macchine o devastato un negozio di “delikatessen” o mandato in frantumi la filiale di una banca, non hanno inferto nessun colpo “al cuore” (o al dito mignolo) dell’establishment, hanno invece impedito a duecentomila “indignati” di manifestare. Hanno impedito la rivolta, hanno calpestato la democrazia: col loro squadrismo. Il ministro dell’Interno ha responsabilità decisive, c’è l’analisi lucida di un poliziotto che le spiega perfettamente (qui). Ma il regime si servirà delle proprie colpe per qualche repressione a casaccio o per nuove “leggi Reale” (Di Pietro è impazzito?). Ora gli indignati vogliono riprendere la loro rivolta sacrosanta, individuando e denunciando teppisti e squadristi, perché non ci riprovino più. Pagheranno comunque un prezzo, altissimo. Che avrebbero potuto evitare, se non avessero lasciato spazio all’ambiguità. C’erano gruppi e sigle che esigevano l’assalto ai palazzi del potere: ovvio che fossero incompatibili con la strategia degli indignati. Perché non sono stati esclusi subito? Perché questa soggezione, questa paura di rompere con chi vuole comunque la manifestazione/assalto? Aver legittimato la loro partecipazione parassitaria e inconciliabile è l’errore imperdonabile. Ora, speriamo che il movimento rinasca. Perché c’è più che mai bisogno di indignazione e di rivolta. Democratica.

MASSIMO FINI

Non si può ammanettare l’odio
Chissà se quanto è successo l’altro pomeriggio a Roma insegnerà qualcosa a Pierluigi Battista e a tutti i Battista di questo Paese. Il 14 settembre 2002 Paolo Flores d’Arcais organizzò proprio in piazza San Giovanni una manifestazione sulla legalità cui parteciparono circa un milione di persone e che si svolse in modo assolutamente pacifico. In tv ipso Battista, non sapendo che altro dire, affermò che in piazza San Giovanni si respirava un “clima d’odio”. Io c’ero e non notai nessun odio, in ogni caso l’odio, come l’amore, è un sentimento e non si possono mettere le manette ai sentimenti. La manifestazione non solo non ebbe nessun ascolto da parte del governo, ma fu demonizzata sia dalla destra che dalla sinistra. Quante volte ho sentito esponenti di sinistra, intervistati, dire scandalizzati “non mi prenderà mica per un girotondino?”, dimenticando che manifestare “pacificamente e senz’armi” non è solo un diritto costituzionalmente garantito (art. 17), ma è il primo diritto politico del cittadino, più del voto, perché esercitato in modo diretto. A furia di non dare alcun ascolto a manifestazioni pacifiche anche imponenti e anzi di demonizzarle, può capitare che qualcuno nell’assoluta impotenza di far sentire le proprie ragioni, si sente autorizzato – il che non è – a ricorrere alle maniere forti. In secondo luogo è molto difficile il richiamo alla legalità e al rispetto delle Istituzioni (oltre che, ovviamente, delle persone e delle cose altrui) in un Paese dove il premier ha definito la magistratura “peggiore della criminalità” e si è reso responsabile, impunemente, di ogni sorta di illegalità.

18 ottobre 2011 - Fonte: Il Fatto Quotidiano Pdf



Gaetano Azzariti, docente all´università La Sapienza. Quella del ministro dell´Interno rischia di essere una reinterpretazione in chiave censitaria di un nostro diritto fondamentale È una misura palesamente illegittima

19/10/2011 | Repubblica |
ILLEGITTIMITÀ PALESE "FOLLIA COSTITUZIONALE NON PUÒ ESSERCI UN OBOLO PER LA LIBERTÀ DI RIUNIRSI"


ROMA - Una misura «palesemente illegittima». Di più: «Una follia costituzionale». Gaetano Azzariti, docente di diritto costituzionale alla Sapienza di Roma, non ha dubbi: «Quella del ministro dell´Interno rischia di essere una reinterpretazione in chiave censitaria di una nostra libertà fondamentale».
Insomma non è pensabile obbligare gli organizzatori di una manifestazione a prestare garanzie patrimoniali per gli eventuali danni provocati?
«L´articolo 17 della Costituzione è chiaro: "I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz´armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso". Punto e basta. La nostra Costituzione non prevede il pagamento di un obolo e la libertà di riunione non può certo subire alcun impedimento di carattere economico».
Non ci sono limiti al diritto di manifestare?
«Leggiamo l´ultimo comma dell´articolo 17: "Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica". È chiaro? Il diritto di manifestare non ha altro vincolo se non quello dell´ordine pubblico, questo è il cuore della libertà costituzionale di riunione».
Chi difende allora la cittadinanza dai danni provocati da un corteo?
«È chiaro che gli atti vandalici sono comportamenti penalmente rilevanti, che chiamano in causa responsabilità personali anche per quanto riguarda il risarcimento dei danni. Per il resto tali reati non rappresentano una cattiva utilizzazione della libertà di riunione, al contrario limitano quella libertà, esercitata dalla maggioranza pacifica dei manifestanti».
Il link all'articolo originale qui.

LA FIOM SENZA PIAZZA

Proibito il corteo della Fiom
Di Rocco di Michele da "Il Manifesto" , 18/10/2011

A memoria di sindacalista, non si ricorda una cosa del genere. Ma il governo prova a trasformare una giornata di conflitto aspro in occasione di vendetta. Verso chi manifesta in genere, certo. E soprattutto nei confronti della Fiom, che della giornata di sabato è stata protagonista pacifica e anche molto arrabbiata per la piega presa dagli eventi.
Quando Maurizio Landini, segretario generale dei metalmeccanici della Cgil, ha dato notizia in conferenza stampa del divieto disposto dalla Questura sulle tre piazze richieste per la manifestazione di venerdì, molti sono rimasti con un punto interrogativo stampato negli occhi. «La questura non ci ha ancora autorizzato il corteo. Per noi fare il corteo è necessario, a maggior ragione dopo quello che è successo sabato. Chi si è organizzato per mesi lo ha fatto per colpire chi manifestava. Noi garantiamo la sicurezza. Nelle nostre manifestazioni non si viene con i caschi e gli zaini pieni di cose. Si viene con la faccia scoperta e con le mani libere».

In un primo momento era stata richiesta piazza Navona. Ma su questa già gravava un'ordinanza di divieto generico da parte del sindaco della Capitale, l'ex fascista Gianni Alemanno; che aveva a sua volta preso a pretesto un «vandalo» sorpreso mesi fa a danneggiare in perfetta solitudine una delle tre fontane della piazza. Bocciata anche la seconda richiesta - piazza Farnese - giudicata troppo vicina alla prima. Fin qui si era ancora nella «quasi normalità», e queste risposte erano state date ancor prima della manifestazione e degli scontri di sabato. Ma la lunga attesa per una risposta sulla terza piazza - Santi Apostoli - aveva fatto capire che c'è un calcolo e un disegno politico dietro le lungaggini.
Un disegno diventato chiaro nel pomeriggio, quando da via San Vitale è trapelato un divieto formale al corteo. Le parole usate sono però forse ancora più gravi dell'atto in sé; veniva infatti detto che «non c'è nessun divieto a manifestare, ma ai lavoratori della Fiom sarà messa a disposizione venerdí una piazza. Non ci sarà un corteo alla luce di quanto accaduto sabato scorso». Continuava la mediazione per «garantire il diritto di tutti a manifestare» e «venire incontro alle esigenze dei romani che hanno pagato un prezzo troppo alto» a causa del corteo dello scorso sabato. Ma al momento, «per motivi di sicurezza», niente corteo.

Una decisione di una gravità eccezionale. Le «ragioni di sicurezza» sono decisamente una scusa risibile. La manifestazione del 21 interessa soltanto lavoratori della Fiat e di Fincantieri: ovvero gente che lavora da anni fianco a fianco, si conosce benissimo e verrà a Roma mettendosi in piazza per gruppi sostanzialmente omogenei (per azienda e singolo stabilimento). Che in una situazione del genere si possa «infiltrare» qualche giovane «vestito di nero» è assolutamente da escludere. Se anche non si trattasse della Fiom - che ha una storia chiarissima di come «sta in piazza» - quella motivazione non potrebbe reggere a un esame men che superficiale.
Le tute blu non intendono però accettare un diktat del genere e insisteranno «nel chiedere di fare un corteo e di terminare in una piazza». Come hanno sempre fatto. «Speriamo ancora che la questura ci ripensi; noi non consideriamo questa risposta definitiva. Non esiste che non ci diano una piazza». In fondo, spiegano a Corso Trieste, «sarebbe la risposta migliore ai fatti di sabato». Una bella manifestazione operaia, pacifica, per conservare il diritto democratico garantito dalla Costituzione.
«Sembra incredibile che a solo un anno dalla manifestazione del 16 ottobre - quella in cui la Fiom e i movimenti portarono a Roma quasi mezzo milione di persone, ndr - si sia arrivati a questo punto. Se la risposta a 1.000 violenti è vietiamo le manifestazioni, si tratta di una risposta pericolosa». E anche un po' assurda, visto che al corteo era stata invitata a partecipare anche la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso.

Ma il clima politico viene avvelenato in modo bipartisan, rendendo difficile ragionare in modo serio su un argomento serissimo come l'esercizio della democrazia. Da una parte c'è la stampa berlusconiana che sparge allarmismo parlando di «sindacato che prepara un autunno caldo contro il governo» (Il Giornale, ieri), di volontà di «portare in piazza i lavoratori per protestare contro le politiche economiche del governo» - fatto assolutamente normale, visti gli effetti che queste stanno già avendo. Dall'altra c'è una parte della stampa anti-berlusconiana che pensa di poter mettere in difficoltà il Cavaliere sorpassandolo a destra e chiedendo «massima fermezza» nella gestione dell'ordine pubblico. Fino a un Antonio Di Pietro che rispolvera i fasti omicidi della «legge Reale» (254 morti e 371 feriti, quasi tutti innocenti cittadini che si erano trovati a passare nel posto sbagliato al momento sbagliato; www.ecn.org/lucarossi/625/625/tab1.htm).
Con «democratici» così, le svolte reazionarie hanno spesso la strada spianata.

19/10/2011 | Repubblica |
MAURIZIO LANDINI, SEGRETARIO GENERALE DELLA FIOM-CGIL : "SFILARE È NOSTRO DIRITTO E NOI ASPETTIAMO ANCORA IL VIA LIBERA PER VENERDÌ"

Paradosso per ricchi
Dovesse passare la proposta della fidejussione solo i ricchi potrebbero scendere in piazza Oltretutto le persone che protestano insieme ai sindacati già pagano regolarmente le tasse



ROMA - «Da domani potrà manifestare solo Silvio Berlusconi e chi ha soldi a sufficienza». Il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, non ci sta: «È una regressione dei diritti e dell´esercizio di una libertà costituzionalmente garantita».
Intanto il sindaco di Roma ha vietato i cortei in centro per un mese. È vero che voi proponete di sfilare fuori dal primo municipio e raggiungere un luogo simbolo come la Rai?
«Quello che è vero è che, per colpa delle violenze di sabato, i lavoratori Fiat e Fincantieri sono ancora in attesa dell´autorizzazione della questura di Roma per il corteo di venerdì».
Per Maroni chi scende in piazza dovrebbe essere obbligato ad assicurarsi contro eventuali danni.
«È una misura sbagliata che mette in discussione uno dei principi fondamentali della democrazia. Il diritto di manifestare, garantito dalla nostra Costituzione, rischia di venire di fatto negato a chi non ha i soldi per prestare adeguate garanzie patrimoniali. Solo i ricchi potranno scendere in piazza? Voglio sottolineare che in questo Paese i lavoratori dipendenti e i pensionati iscritti al sindacato non sono certo da annoverare tra gli evasori fiscali, al contrario pagano le tasse. Hanno dunque pieno diritto di manifestare in sicurezza, con l´assistenza delle forze dell´ordine».
E chi risponde alla collettività dei danni dei manifestanti?
«Ricordo che Cgil e Fiom hanno sempre garantito cortei democratici e pacifici, tutelando tutte le persone che vogliono manifestare. Quella di sabato a Roma è stata un´azione di guerriglia, compiuta da teppisti e delinquenti. Non c´è dubbio che chi ha commesso quegli atti deve essere condannato, e le forze dell´ordine devono essere messe in grado di intervenire».
(vla.po.) Il link all'articolo originale qui

1 commento:

  1. Questo infinito dibatitto sulla violenza alle manifestazioni (non dissimile da quello seguito alle rivolte di Londra in agosto) non mi appassiona e mi pare che regga il gioco a chi detiene il potere e desidera oscurare le ragioni del dissenso. In questo quadro si includono anche le proposte deliranti e poco credibili di Maroni e Di Pietro, in perenne campagna elettorale ed in astinenza di visibilitá.

    C'é molto di cui esser arrabbiati e frustrati oggi come oggi, peró credo che sia un buon consiglio contare fino a dieci e porsi la domanda su quali siano le conseguenze delle proprie azioni. Una vetrine spaccata sará sostituita nel giro di pochi giorni mentre il fango sulla manifestazione e l'oscuramento delle sue ragioni rimmará lí per mesi o anni.

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