Raccolta di articoli apparsi nella stampa internazionale che testimoniano la nascita e la crescente forza di un movimento, quello degli indignati, che appena nato si vuole già reprimere...
"La sinistra necessaria. Indignati a Manhattan"
Di Robert Reich
Riusciranno gli Occupanti di Wall Street a trasformarsi in un movimento che abbia sul Partito democratico lo stesso impatto che il Tea Party ha avuto sul Gop (Grand Old Party, cioè i repubblicani, ndt)? C'è da dubitarne.
I Tea Parties sono stati a doppio taglio per la dirigenza del Gop - fonte di nuova energia e nuovi militanti ma anche un handicap quanto a capacità di attrarre il voto degli indipendenti. E l'ostacolo diventerà sempre più chiaro quanto più sarà duro lo scontro tra i due maggiori candidati alle primarie repubblicane, Rick Perry e Mitt Romney.
Finora gli «Occupanti di Wall street» hanno aiutato i democratici. La loro rivendicazione primaria che i ricchi si addossino la loro parte di sacrifici sembra su misura per il nuovo disegno di legge dei democratici per una tassa del 5,6% sui milionari, come anche per la spinta del presidente Barack Obama a revocare il taglio delle tasse voluto da George Bush jr. per i redditi superiori ai 250.000 dollari e per limitare le deduzioni sui redditi alti.
E gli Occupanti offrono al presidente un potenziale argomento per la campagna: «Di questi tempi un sacco di gente che sta facendo le cose giuste non è ricompensata e invece è ricompensata un sacco di gente che fa le cose sbagliate» ha detto nella sua conferenza stampa la settimana scorsa, quando ha predetto che la frustrazione che anima gli Occupanti «si esprimerà politicamente nel 2012 e oltre, finché la gente non sentirà che stiamo tornando ad alcuni valori della vecchia America».
Ma se Occupare Wall street si struttura in qualcosa che somiglia a un vero movimento, allora il Partito democratico potrebbe trovare più difficoltà a digerirlo di quante ne abbia avute il Gop col Tea Party.
Dopo tutto, una bella fetta dei fondi elettorali di entrambi i partiti viene da Wall street e dalle sale dei consigli d'amministrazione. Wall street e l'America delle corporations dispongono di nugoli di pr (public-relations) e di eserciti di lobbisti per fare pressione, per non parlare delle inesauribili tasche dei fratelli Koch o di Dick Armey e dei SuperPac di Karl Rove. Anche se gli Occupanti possono accedere a un po' di denaro sindacale, non c'è partita.
Ma la vera difficoltà giace ancora più a fondo. Un po' di storia può aiutare. Nei primi decenni del XX secolo i democratici non ebbero difficoltà ad abbracciare il populismo economico. Accusava le grandi concentrazioni industriali dell'epoca di soffocare l'economia e avvelenare la democrazia. Nella campagna del 1912 Woodrow Wilson promise di guidare «una crociata contro i poteri che ci hanno governato... hanno limitato il nostro sviluppo... hanno determinato le nostre vite... ci hanno infilato una camicia di forza a loro piacimento». La lotta per spaccare i trusts sarebbe stata, nelle parole di Wilson, niente meno che «una seconda lotta di liberazione».
Wilson fu all'altezza delle sue parole: firmò il Clayton Antitrust Act (che non solo rafforzò le leggi antitrust ma esentò i sindacati dalla loro applicazione), varò la Federal Trade Commission per sradicare «pratiche e azioni scorrette nel commercio» e creò la prima tassa nazionale sui redditi.Anni dopo Franklin D. Roosevelt attaccò il potere finanziario e delle corporations dando ai lavoratori il diritto di sindacalizzarsi, la settimana di 40 ore, il sussidio di disoccupazione e la Social Security (la mutua). Non solo, ma istituì un'alta aliquota di tassazione sui ricchi.
Non stupisce che Wall street e la grande impresa lo attaccassero. Nella campagna del 1936 Roosevelt mise in guardia contro i «monarchici dell'economia» che avevano ridotto l'intera società al proprio servizio: «Le ore che uomini e donne lavoravano, i salari che ricevevano, le condizioni del loro lavoro ... tutto era sfuggito al controllo del popolo ed era imposto da questa nuova dittatura industriale». In gioco, tuonava Roosevelt, era niente meno che «la sopravvivenza della democrazia». Disse al popolo americano che la finanza e la grande industria erano determinati a scalzarlo: «mai prima d'ora in tutta la nostra storia, queste forze sono state così unite contro un candidato come oggi. Sono unanimi e concordi nell'odiarmi e io accolgo volentieri il loro odio».
Però già nel 1960 i democratici avevano lasciato perdere il populismo. Dalle loro campagne presidenziali erano scomparsi i racconti di avidi imprenditori e spregiudicati finanzieri. In parte perché l'economia era profondamente cambiata. La prosperità del dopoguerra aveva fatto crescere la middle class (che negli Usa comprende il proletariato, ndt) e aveva ridotto il divario tra ricchi e poveri. Dalla metà degli anni '50 un terzo di tutti i dipendenti del settore privato erano sindacalizzati e gli operai avevano ottenuto aumenti generosi e nuovi benefits.
A quel punto il keynesismo era stato largamente accettato come antidoto alle crisi economiche, sostituendo la gestione della domanda aggregata all'antagonismo di classe. Persino Richard Nixon dichiarava «ora siamo tutti keynesiani». Chi aveva bisogno di populismo economico quando la politica fiscale e monetaria appianava i cicli economici e quando i dividendi della crescita erano distribuiti in modo così ampio?
Ma c'era un'altra ragione per il crescente disagio dei democratici rispetto al populismo. La guerra del Vietnam generava una nuova sinistra anti-establishment e anti-autoritaria che diffidava dello stato almeno tanto - se non di più - di quanto diffidasse di Wall street e della grande impresa. La vittoria elettorale di Richard Nixon nel 1968 fu accompagnata da una profonda frattura tra democratici liberal e New Left che continuò per decenni.
Ed ecco Ronald Reagan, il grande affabulatore, che saltò nella breccia populista. Se non fu Reagan a inventare il populismo di destra in America, per lo meno gli dette la sua voce più stentorea. «Lo stato non è la soluzione, è il problema» intonava come un ritornello. Secondo Reagan, erano i faccendieri di Washington e gli arroganti burocrati a soffocare l'economia e a impastoiare la realizzazione individuale.
Il partito democratico non ha mai riassunto le sue posizioni populiste. Certo, nel 1992 Bill Clinton vinse la presidenza promettendo di «battersi per la trascurata middle class» contro le forze dell'«avidità», ma Clinton ereditava da Reagan e George Bush senior un deficit di bilancio così colossale che non poté mettere in campo granché per la sua battaglia. Dopo aver perso la sua lotta per la riforma sanitaria, Clinton stesso annunciò che l'era del big government (il grande stato) era finita e lo dimostrò annientando il welfare state.
Non sono stati i democratici a scatenare una guerra di classe che fu invece il risultato distintivo del populismo repubblicano di estrema destra. Tutti ricordano la pubblicità repubblicana nella presidenziale del 2004 che descriveva i democratici come «tassatori, scialacquatori di fondi pubblici, bevitori di cappuccino italiano, mangiatori di sushi, guidatori di Volvo, lettori del New York Times, trafitti di piercing, amanti di Hollywood».
I repubblicani attaccarono più volte John Kerry come un «liberal del Massachusetts» membro del «set del Chardonnay e del Brie». George W. Bush sfotté Kerry perché trovava ogni giorno una «nuova nuance» sulla guerra in Iraq, con l'accento su nuance per sottolineare l'elitismo culturale francese di Kerry. «In Texas noi non nuance» diceva per raccogliere risate e applausi. Il leader repubblicano Tom DeLay apriva i suoi discorsi elettorali dicendo «Buongiorno, o, come direbbe Kerry, Bonjour».
Il Tea Party è saltato su questo tema classista. Alla Conferenza della Conservative Political Action del 2010, il governatore del Minnesota Tom Pawlenty attaccò «le élites» che credono che i Tea Partiers siano rozzi solo perché «non hanno frequentato le scuole dell'Ivy League e non si ostentano in ricevimenti a base di Chablis e di Brie a San Francisco». Dopo che suo figlio Rand Paul è stato eletto al senato per il Kentucky, il maggio scorso Ron Paul ha spiegato che gli elettori vogliono «liberarsi della gente di potere che guida lo show, la gente che pensa di essere al di sopra di tutti».
Il che ci porta al presente. Barack Obama è molte cose, ma è lontano dal populismo di estrema sinistra più di ogni presidente democratico della storia moderna. È vero: una volta ebbe la temerarietà di rimproverare «i gattoni» di Wall street, ma quella frase fu un'eccezione - che poi gli ha causato problemi senza fine con Wall street.
Al contrario, Obama è stato straordinariamente sollecito verso Wall street e la grande impresa, nominando Timothy Geithner segretario del Tesoro e ambasciatore di fatto di Wall street alla Casa bianca; facendo sì che fosse confermato Bem Bernanke, scelto presidente della Federal Reserve da Bush, e scegliendo il presidente della General Electrics Jeffrey Immelt per guidare il suo Consiglio del lavoro.
La dice ancora più lunga la non volontà del presidente Obama di mettere condizioni al salvataggio di Wall street - non chiedendo per esempio che le banche rinegoziassero i mutui dei proprietari di case in difficoltà o accettassero il ripristino del Glass-Steagall Act (del 1933 che separava nettamente tra banche di deposito e banche d'investimento), come condizioni per ricevere centinaia di miliardi di dollari di denaro dei contribuenti - cosa che ha contribuito alla nuova ondata populista.
Il salvataggio di Wall street ha alimentato il Tea Party e di certo alimenta alcune delle attuali accuse da parte di Occupy Wall street.Ciò non vuol dire che gli Occupanti non potranno avere un impatto sui democratici. Niente di buono succede a Washington - indipendentemente da quanto buoni siano il nostro presidente o i nostri deputati - finché la gente giusta non si aggrega fuori Washington per farlo succedere. La pressione da sinistra è di un'importanza decisiva.
Ma è assai improbabile che il moderno Partito democratico abbracci il populismo di sinistra nel modo in cui il Gop ha abbracciato - o meglio, è stato costretto ad abbracciare - il populismo di destra. Basta seguire il denaro, e ricordare la storia.
* Economista, Robert Reich è stato ministro del lavoro durante la prima presidenza Clinton. Ora è professore a Berkeley (California). Quest'articolo è ripreso dal sito www.alternet.org.
Occupy "x" arrives in Ireland with "Occupy Dame Street"
Di Andrew Flood da Anarkismo.net del 12 ottobre 2011
Segnalato da Genny Carraro
The 'Occupy X' movement arrived in Ireland over the weekend when a core group of around 50 people set up camp at the Central Bank Plaza on Dame street. Numbers grew to a few hundred at times over the next days and nights as supporters came down to join in for a while and the curious stopped to see what was going on. Issues highlighted by participants included the bank bail out, IMF intervention & the ongoing Great Oil & Gas Giveaway.
The immediate trigger of the current round of camps is the example set in New York by Occupy Wall Street four weeks ago. Despite police repressions that has seen the use of baton's and peppery spray as well as the arrests of 700 people that demonstration has been ongoing and has seen as many as 15,000 taking part at times. Copy cat demonstrations rapidly spread to dozens of American cities, more police repressions was unleashed hours ago against Occupy Boston with around 100 people being arrested during an attempt to violently evict the camp there.
The camp movement is older than the New York example and goes back to the M15/ DRY movement that occupied the mains squares of Spanish cities in the summer which also spread to cities in Greece and Italy. This also saw solidarity demonstrations in Ireland which involved up to 500 people but which didn't get as far as holding day and night camp outs. But that movement in turn was obviously influenced by the 'Arab Spring' and in particular the Tahir Square occupation which led to the revolution in Egypt.
The 'Occupy X' movement isn't some sort of international organisation or even network but rather a locally organised but globally spontaneous expression of people's deep unhappiness with the way the costs of the global capitalist financial crisis are being dumped on their shoulders while its bonuses as usual for the bankers. There isn't much of a common understanding of the causes or solutions to the crisis, this is part of the reason that so much of the movement is characterized by long assemblies dealing with both immediate organisational issues and often meandering individual contributions as to these causes and solution.
The other common point of departure is a rejection of the organised left and union leadership, the Dublin demonstration like many of the others asks people not to bring left or union flags or banners. We intend to publish some opinion pieces in the next few days from WSM members who have been involved exploring this aspect in more detail but our approach to date has been to respect this request and to help out with organisational details and publicity.
The hope of the organizers is that this movement can have an appeal much broader that that of the existing left. To date this has not manifested itself, the numbers coming out to support these demonstrations have been similar to any of the other recent anti-cuts protests organised by left factions and only a tiny fraction of the tens of thousands the unions have mobilized. But the hope is that unlike those 'turn up and listen to a speech' protests that active participation element of the assemblies will engage people and encourage them to go and organize in turn. In the current context this is a goal that can not be faulted even if the program of this emerging movement has yet to be defined.
WORDS: Andrew Flood
Youll find dozens of pictures from Occupy Dame stree on our
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I "draghi ribelli" scrivono a Napolitano
"Basta alla dittatura delle banche, adesso si riparta dai giovani"
10:46 - I "draghi ribelli" scrivono al Capo dello Stato chiedendo di intervenire per rendere partecipi dei diritti e del benessere nazionale anche i giovani, che invece ne restano esclusi. Si tassino le rendite e i patrimoni, chiedono i "draghi", e si trovino le risorse là dove ci sono, nel mondo della finanza, interrompendo la dittatura delle banche e della speculazione.
Ecco il testo della lettera.
Caro Presidente Napolitano,
nel nostro paese non si fa altro che parlare di giovani. Lei lo ha fatto spesso. Ultimamente lo ha fatto anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, a breve presidente della Banca centrale europea.
La questione generazionale è semplice: c’è una generazione esclusa dai diritti e dal benessere, che oggi campa grazie al welfare familiare, e sulla quale si sta scaricando tutto il peso della crisi. La questione non si risolve togliendo i diritti a chi li aveva conquistati, i genitori, ma riconoscendo diritti a chi non li ha, i figli, e per far questo ci vogliono risorse, altrimenti le parole girano a vuoto.
Caro Presidente, garantire e difendere la Costituzione oggi, vuol dire rifiutarsi di pagare il debito, così come consigliano diversi premi Nobel per l’economia; vuol dire partire dai ventisette milioni di italiani che hanno votato ai referendum contro le privatizzazioni e in difesa dell’acqua bene comune; vuol dire partire dalle mobilitazioni giovanili e studentesche che da diversi anni, inascoltate e respinte, hanno preteso di cambiare dal basso la scuola e l’università, chiedendo risorse e democrazia; vuol dire partire dalla domanda diffusa nel Paese di un nuovo sistema di garanzie, che tenga conto delle differenze generazionali, ma che, soprattutto, non metta le generazioni l’una contro l’altra: così, in primo luogo, si tiene unita l’Italia!
Sarebbe un atto di semplice giustizia fare in modo che non siano sempre gli stessi a pagare questa crisi. Siano, piuttosto, coloro che l’hanno prodotta a pagare, attraverso una tassazione delle rendite finanziarie, delle transazioni, dei patrimoni mobiliari e immobiliari. Le risorse ci sono, si trovano nel mondo della finanza che sta cancellando la democrazia: è lì che vanno reperite per distribuirle equamente.
Con troppa solerzia, caro Presidente, l’abbiamo vista affidarsi alle indicazioni di Trichet e Draghi. Questo non significa unire l’Italia e neanche sostenere le giovani generazioni. Bisognerebbe avere il coraggio, dopo il disastro del ventennio berlusconiano e della seconda Repubblica, di costruirne una terza di Repubblica, fondata sui beni comuni e non sugli interessi privati. È giunto il momento di scegliere da che parte stare, dalla parte della rendita o da quella della vita. La invitiamo a riflettere, perché questa generazione tradita non si arrenderà alla rassegnazione, ma da Tunisi a New York ha imparato ad alzare la testa.
Draghiribelli
Caro Presidente Napolitano,
nel nostro paese non si fa altro che parlare di giovani. Lei lo ha fatto spesso. Ultimamente lo ha fatto anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, a breve presidente della Banca centrale europea.
La questione generazionale è semplice: c’è una generazione esclusa dai diritti e dal benessere, che oggi campa grazie al welfare familiare, e sulla quale si sta scaricando tutto il peso della crisi. La questione non si risolve togliendo i diritti a chi li aveva conquistati, i genitori, ma riconoscendo diritti a chi non li ha, i figli, e per far questo ci vogliono risorse, altrimenti le parole girano a vuoto.
Caro Presidente, garantire e difendere la Costituzione oggi, vuol dire rifiutarsi di pagare il debito, così come consigliano diversi premi Nobel per l’economia; vuol dire partire dai ventisette milioni di italiani che hanno votato ai referendum contro le privatizzazioni e in difesa dell’acqua bene comune; vuol dire partire dalle mobilitazioni giovanili e studentesche che da diversi anni, inascoltate e respinte, hanno preteso di cambiare dal basso la scuola e l’università, chiedendo risorse e democrazia; vuol dire partire dalla domanda diffusa nel Paese di un nuovo sistema di garanzie, che tenga conto delle differenze generazionali, ma che, soprattutto, non metta le generazioni l’una contro l’altra: così, in primo luogo, si tiene unita l’Italia!
Sarebbe un atto di semplice giustizia fare in modo che non siano sempre gli stessi a pagare questa crisi. Siano, piuttosto, coloro che l’hanno prodotta a pagare, attraverso una tassazione delle rendite finanziarie, delle transazioni, dei patrimoni mobiliari e immobiliari. Le risorse ci sono, si trovano nel mondo della finanza che sta cancellando la democrazia: è lì che vanno reperite per distribuirle equamente.
Con troppa solerzia, caro Presidente, l’abbiamo vista affidarsi alle indicazioni di Trichet e Draghi. Questo non significa unire l’Italia e neanche sostenere le giovani generazioni. Bisognerebbe avere il coraggio, dopo il disastro del ventennio berlusconiano e della seconda Repubblica, di costruirne una terza di Repubblica, fondata sui beni comuni e non sugli interessi privati. È giunto il momento di scegliere da che parte stare, dalla parte della rendita o da quella della vita. La invitiamo a riflettere, perché questa generazione tradita non si arrenderà alla rassegnazione, ma da Tunisi a New York ha imparato ad alzare la testa.
Draghiribelli
Di Alexei Barrionuevo, New York Times, 4 agosto 2011
SANTIAGO, Chile — A blanket stretched over their legs, Johanna Choapa and Maura Roque, both 17, sat in front of the stage in a chilly school auditorium last week as more than 300 parents and teachers debated whether to continue supporting their hunger strike aimed at pressuring the Chilean government to reform the country’s education system.We want the government to feel the pressure from you and from us, so we need a lot of support,” said Ms. Roque, who said she had been on an all-liquid diet for 11 days.About three dozen high school and university students have turned to starving themselves to raise the stakes on the government of President Sebastián Piñera. In the more than two months since education protests began in this country, students have organized rallies drawing up to 100,000 people, taken control of dozens of schools around the country, and forced hundreds more to stop holding classes. Their protests, and the issues driving them, have helped to sink the popularity of the president to its lowest level since he took office last year. If the Arab Spring has lost its bloom halfway across the world, people here are living what some have come to call a Chilean Winter. Segments of society that had been seen as politically apathetic only a few years ago, particularly the youth, have taken an unusually confrontational stance toward the government and business elite, demanding wholesale changes in education, transportation and energy policy, sometimes violently.On Thursday, in one of the longest and most violent days of protests yet, high school and college students clashed with the police, who used water cannons and tear gas to disperse hundreds of demonstrators. Tear gas blanketed pockets of Santiago, and nearly 900 people were arrested, with more than a dozen police officers and protesters injured. Demonstrators set up dozens of flaming barricades in the city, while people banged pots and pans outside their homes, in support of the student movement and decrying police repression.“The whole country is watching this movement,” said Eduardo Beltrán, 17, a student at Instituto Nacional, where the students have seized control of the school. “The generation of our parents,” he said, “is watching us with hope, with faith that we have the strength to change this education system and make history.”Even as Chile appears to the outside world to be a model of economic consistency and prudent fiscal management, there is deep discontent here with the neoliberal model and its economic consequences for those who are not part of the economic elite. The sentiments have been building for years, but have begun spilling out only recently. In 2010, when Mr. Piñera became the nation’s first right-wing president since the dictatorship of Gen. Augusto Pinochet, young voters stayed on the sidelines, with few of them registering to vote. But last Friday, Mr. Piñera noted that Chileans were witnessing a “new society” where people “feel more empowered and want to feel they are heard.”He said Chileans were rebelling against “excessive inequality” in a country that has the highest per capita income in Latin America but also has one of the most unequal distributions of wealth in the region. “They are asking for a more just society, a more egalitarian society,” he said, “because the inequalities we are living in Chile are excessive and, I feel, immoral.” Still, he has also shown impatience with the protesters, saying this week that “there is a limit to everything.”The education protests have become ever more creative. There are at least two or three people jogging at all times around La Moneda, the presidential palace, trying to complete 1,800 laps to symbolize the $1.8 billion a year that protesters are demanding for Chile’s public education system. They carry flags that say “Free Education Now.” Others have held a mass kiss-in, dressed like superheroes, danced as zombies to Michael Jackson’s “Thriller” and even staged fake group suicides where they fall in a heap of bodies.Students and teachers say they are determined not to repeat the mistakes of 2006, when a protest movement dubbed Los Pinguinos (“the Penguins”), named after the dark blue-and-white ties of some students’ school uniforms, created a crisis for former President Michelle Bachelet but ultimately failed to win deep reforms. The protests then were over unequal funding and the quality of elementary and middle school education, a complaint that remains. But this year the focus has widened to include demands for a more affordable and accessible university system. General Pinochet decreed a system in 1981 that encouraged the development of private, for-profit universities, which has led to high levels of student debt. Before the Pinochet decree, there were eight state-financed universities and fewer than 150,000 university students in Chile. The state began reducing government funding for public universities, and dozens of private universities sprouted. Today there are 1.1 million students in Chilean universities, in a country of about 17 million people. More of those students are in private colleges than in public ones. “There is a very chaotic and broken-down system,” said María Olivia Monckeberg, author of two books on Chile’s university system. “The students and their families are tremendously indebted,” she added, and educational “quality is totally debatable.”That has led to some tough choices for many university students. “I’d like to study psychology, but I’m not sure I can because of the price,” said Ms. Roque, one of the hunger strikers. “I don’t have the means to pay for it.” Mr. Piñera had promised to address university reform, but by late April student leaders had lost patience and began organizing protests. High school student groups and the country’s teachers’ association soon joined forces, demanding, among other things, that municipal grade schools, many of which are badly run down, be brought under the umbrella of the national Ministry of Education to ensure equitable funding and accountability.The protests leaders are also pushing for constitutional change to guarantee free, quality education from preschool through high school and a state-financed university system that ensures quality and equal access. Where students have taken control of public schools, they have organized security details and held out cans on streets asking for change to pay for food and supplies.The three dozen or so students who remained on hunger strikes this week have huddled under wool hats and blankets in the unheated schools. At Ms. Choapa and Ms. Roque’s school, four hunger strikers, ages 17 and 18, camped on mattresses in a second-floor room. At another school, student leaders require people to wear hospital masks and disinfect their hands with gel before talking to three hunger-striking girls. “For many years our parents’ generation was afraid to demonstrate, to complain, thinking it was better to conform to what was going on,” said Camila Vallejo Dowling, the leader of a university student group. “Students are setting an example without the fear our parents had.”
SANTIAGO, Chile — A blanket stretched over their legs, Johanna Choapa and Maura Roque, both 17, sat in front of the stage in a chilly school auditorium last week as more than 300 parents and teachers debated whether to continue supporting their hunger strike aimed at pressuring the Chilean government to reform the country’s education system.We want the government to feel the pressure from you and from us, so we need a lot of support,” said Ms. Roque, who said she had been on an all-liquid diet for 11 days.About three dozen high school and university students have turned to starving themselves to raise the stakes on the government of President Sebastián Piñera. In the more than two months since education protests began in this country, students have organized rallies drawing up to 100,000 people, taken control of dozens of schools around the country, and forced hundreds more to stop holding classes. Their protests, and the issues driving them, have helped to sink the popularity of the president to its lowest level since he took office last year. If the Arab Spring has lost its bloom halfway across the world, people here are living what some have come to call a Chilean Winter. Segments of society that had been seen as politically apathetic only a few years ago, particularly the youth, have taken an unusually confrontational stance toward the government and business elite, demanding wholesale changes in education, transportation and energy policy, sometimes violently.On Thursday, in one of the longest and most violent days of protests yet, high school and college students clashed with the police, who used water cannons and tear gas to disperse hundreds of demonstrators. Tear gas blanketed pockets of Santiago, and nearly 900 people were arrested, with more than a dozen police officers and protesters injured. Demonstrators set up dozens of flaming barricades in the city, while people banged pots and pans outside their homes, in support of the student movement and decrying police repression.“The whole country is watching this movement,” said Eduardo Beltrán, 17, a student at Instituto Nacional, where the students have seized control of the school. “The generation of our parents,” he said, “is watching us with hope, with faith that we have the strength to change this education system and make history.”Even as Chile appears to the outside world to be a model of economic consistency and prudent fiscal management, there is deep discontent here with the neoliberal model and its economic consequences for those who are not part of the economic elite. The sentiments have been building for years, but have begun spilling out only recently. In 2010, when Mr. Piñera became the nation’s first right-wing president since the dictatorship of Gen. Augusto Pinochet, young voters stayed on the sidelines, with few of them registering to vote. But last Friday, Mr. Piñera noted that Chileans were witnessing a “new society” where people “feel more empowered and want to feel they are heard.”He said Chileans were rebelling against “excessive inequality” in a country that has the highest per capita income in Latin America but also has one of the most unequal distributions of wealth in the region. “They are asking for a more just society, a more egalitarian society,” he said, “because the inequalities we are living in Chile are excessive and, I feel, immoral.” Still, he has also shown impatience with the protesters, saying this week that “there is a limit to everything.”The education protests have become ever more creative. There are at least two or three people jogging at all times around La Moneda, the presidential palace, trying to complete 1,800 laps to symbolize the $1.8 billion a year that protesters are demanding for Chile’s public education system. They carry flags that say “Free Education Now.” Others have held a mass kiss-in, dressed like superheroes, danced as zombies to Michael Jackson’s “Thriller” and even staged fake group suicides where they fall in a heap of bodies.Students and teachers say they are determined not to repeat the mistakes of 2006, when a protest movement dubbed Los Pinguinos (“the Penguins”), named after the dark blue-and-white ties of some students’ school uniforms, created a crisis for former President Michelle Bachelet but ultimately failed to win deep reforms. The protests then were over unequal funding and the quality of elementary and middle school education, a complaint that remains. But this year the focus has widened to include demands for a more affordable and accessible university system. General Pinochet decreed a system in 1981 that encouraged the development of private, for-profit universities, which has led to high levels of student debt. Before the Pinochet decree, there were eight state-financed universities and fewer than 150,000 university students in Chile. The state began reducing government funding for public universities, and dozens of private universities sprouted. Today there are 1.1 million students in Chilean universities, in a country of about 17 million people. More of those students are in private colleges than in public ones. “There is a very chaotic and broken-down system,” said María Olivia Monckeberg, author of two books on Chile’s university system. “The students and their families are tremendously indebted,” she added, and educational “quality is totally debatable.”That has led to some tough choices for many university students. “I’d like to study psychology, but I’m not sure I can because of the price,” said Ms. Roque, one of the hunger strikers. “I don’t have the means to pay for it.” Mr. Piñera had promised to address university reform, but by late April student leaders had lost patience and began organizing protests. High school student groups and the country’s teachers’ association soon joined forces, demanding, among other things, that municipal grade schools, many of which are badly run down, be brought under the umbrella of the national Ministry of Education to ensure equitable funding and accountability.The protests leaders are also pushing for constitutional change to guarantee free, quality education from preschool through high school and a state-financed university system that ensures quality and equal access. Where students have taken control of public schools, they have organized security details and held out cans on streets asking for change to pay for food and supplies.The three dozen or so students who remained on hunger strikes this week have huddled under wool hats and blankets in the unheated schools. At Ms. Choapa and Ms. Roque’s school, four hunger strikers, ages 17 and 18, camped on mattresses in a second-floor room. At another school, student leaders require people to wear hospital masks and disinfect their hands with gel before talking to three hunger-striking girls. “For many years our parents’ generation was afraid to demonstrate, to complain, thinking it was better to conform to what was going on,” said Camila Vallejo Dowling, the leader of a university student group. “Students are setting an example without the fear our parents had.”
Fred R. Conrad/The New York Times
And this reaction tells you something important — namely, that the extremists threatening American values are what F.D.R. called “economic royalists,” not the people camping in Zuccotti Park.
Consider first how Republican politicians have portrayed the modest-sized if growing demonstrations, which have involved some confrontations with the police — confrontations that seem to have involved a lot of police overreaction — but nothing one could call a riot. And there has in fact been nothing so far to match the behavior of Tea Party crowds in the summer of 2009.
Nonetheless, Eric Cantor, the House majority leader, has denounced “mobs” and “the pitting of Americans against Americans.” The G.O.P. presidential candidates have weighed in, with Mitt Romney accusing the protesters of waging “class warfare,” while Herman Cain calls them “anti-American.” My favorite, however, is Senator Rand Paul, who for some reason worries that the protesters will start seizing iPads, because they believe rich people don’t deserve to have them.
Michael Bloomberg, New York’s mayor and a financial-industry titan in his own right, was a bit more moderate, but still accused the protesters of trying to “take the jobs away from people working in this city,” a statement that bears no resemblance to the movement’s actual goals.
And if you were listening to talking heads on CNBC, you learned that the protesters “let their freak flags fly,” and are “aligned with Lenin.”
The way to understand all of this is to realize that it’s part of a broader syndrome, in which wealthy Americans who benefit hugely from a system rigged in their favor react with hysteria to anyone who points out just how rigged the system is.
Last year, you may recall, a number of financial-industry barons went wild over very mild criticism from President Obama. They denounced Mr. Obama as being almost a socialist for endorsing the so-called Volcker rule, which would simply prohibit banks backed by federal guarantees from engaging in risky speculation. And as for their reaction to proposals to close a loophole that lets some of them pay remarkably low taxes — well, Stephen Schwarzman, chairman of the Blackstone Group, compared it to Hitler’s invasion of Poland.
And then there’s the campaign of character assassination against Elizabeth Warren, the financial reformer now running for the Senate in Massachusetts. Not long ago a YouTube video of Ms. Warren making an eloquent, down-to-earth case for taxes on the rich went viral. Nothing about what she said was radical — it was no more than a modern riff on Oliver Wendell Holmes’s famous dictum that “Taxes are what we pay for civilized society.”
But listening to the reliable defenders of the wealthy, you’d think that Ms. Warren was the second coming of Leon Trotsky. George Will declared that she has a “collectivist agenda,” that she believes that “individualism is a chimera.” And Rush Limbaugh called her “a parasite who hates her host. Willing to destroy the host while she sucks the life out of it.”
What’s going on here? The answer, surely, is that Wall Street’s Masters of the Universe realize, deep down, how morally indefensible their position is. They’re not John Galt; they’re not even Steve Jobs. They’re people who got rich by peddling complex financial schemes that, far from delivering clear benefits to the American people, helped push us into a crisis whose aftereffects continue to blight the lives of tens of millions of their fellow citizens.
Yet they have paid no price. Their institutions were bailed out by taxpayers, with few strings attached. They continue to benefit from explicit and implicit federal guarantees — basically, they’re still in a game of heads they win, tails taxpayers lose. And they benefit from tax loopholes that in many cases have people with multimillion-dollar incomes paying lower rates than middle-class families.
This special treatment can’t bear close scrutiny — and therefore, as they see it, there must be no close scrutiny. Anyone who points out the obvious, no matter how calmly and moderately, must be demonized and driven from the stage. In fact, the more reasonable and moderate a critic sounds, the more urgently he or she must be demonized, hence the frantic sliming of Elizabeth Warren.
So who’s really being un-American here? Not the protesters, who are simply trying to get their voices heard. No, the real extremists here are America’s oligarchs, who want to suppress any criticism of the sources of their wealth.
di Federico Rampini, da Affari & Finanza di Repubblica, 10 ottobre 2011
Se c’è un posto da dove cominciare la prossima rivoluzione, è Wall Street. I potentati della finanza hanno cacciato l’America e il mondo intero nella più grave crisi dagli anni Venti. Poi le stesse lobby bancarie hanno tenacemente ostacolato i progetti di grandi riforme, con discreto successo. Non c’è da stupirsi se proprio Wall Street è l’epicentro del minimovimento degli "indignados" americani, che alla terza settimana di lotta ha cominciato a estendersi verso la West Coast (Los Angeles, San Francisco), il Midwest (Chicago), il Nord (Boston, Canada) e perfino l’America profonda del Kansas. È presto per parlare di un ritorno del conflitto sociale – o della "lotta di classe" che la destra accusa Barack Obama di fomentare – negli Stati Uniti, dove il vuoto di movimenti sociali dura da più di trent’anni. Le piazze si sono riempite talvolta anche negli anni recenti, è vero. Ma quando a mobilitarsi era la sinistra – vedi le manifestazioni pacifiste contro la guerra in Iraq durante la presidenza Bush – lo faceva su temi tipicamente "postindustriali", valoriali, tipici di una società che si autorappresenta senza classi.
L’ultima grande manifestazione coi sindacati fu nel 1999 a Seattle, contro il Wto, e l’incrocio con la violenza dei noglobal ne segnò di fatto la sconfitta. Solo giovedì scorso i sindacati hanno deciso di unire nuovamente le proprie forze a quelle di una protesta spontanea e prevalentemente giovanile, unendosi a "Occupy Wall Street". Fino a quel momento era stata la destra a occupare le piazze, con il Tea Party, a dimostrazione che l’egemonia conservatrice su una robusta fetta dell’opinione pubblica americana resiste dai tempi di Ronald Reagan.
Il movimento "Occupy Wall Street" ha ricevuto un’attenzione elevata dai media perché ha scelto di localizzarsi nell’epicentro del nuovo Impero del Male. Anche gli americani che votano a destra sono generalmente consapevoli che questa crisi è stata innescata dalle malefatte dei banchieri, con i mutui subprime e la finanza tossica. Quello che a destra non è affatto chiaro, invece, è che dopo il 2009 una malefica convergenza tra il populismo antiStato del Tea Party e le lobby di Wall Street ha impedito di mettere i banchieri in condizione di non nuocere. E’ fondamentale ricordare cos’è accaduto attorno alla legge Dodd-Frank, nota anche come Wall Street Reform and Consumer Protection Act. Quella legge, firmata da Barack Obama il 21 luglio 2010, porta il nome dei due principali firmatari, il senatore Chris Dodd e il deputato Barney Frank, ambedue democratici.
Fu l’esito finale di una lunga battaglia legislativa, iniziata per impulso di Obama quando ancora i democratici avevano la maggioranza in ambedue i rami del Congresso, e quando ancora fra i loro ranghi era vivo l’impeto riformatore provocato dal disastro di Wall Street. Ma già nell’iter legislativo l’azione sistematica delle lobby aveva indebolito quella che doveva essere la grande riforma dei mercati. Due sono gli esempi più importanti. Primo: le agenzie di rating sono riuscite a tutelarsi da ogni tentativo di regolamentarle in maniera stringente; un risultato non da poco, alla luce dell’enorme conflitto d’interessi esploso in occasione della crisi dei mutui subprime (molti titoli strutturati avevano ricevuto rating "tripla A", naturalmente dietro pagamento di commissione da parte degli emittenti).
Secondo esempio: è stata rintuzzata dalle lobby di Wall Street l’ipotesi di introdurre la Volcker Rule, dal nome di Paul Volcker. Questo ex governatore della Federal Reserve, che era stato uno dei consiglieri più ascoltati di Obama in campo economico (ma ahimé solo durante la campagna elettorale e poco dopo) aveva suggerito inizialmente non solo un divieto onnicomprensivo alle banche di speculare su mezzi propri, ma perfino un ritorno alla legge GlassSteagall del 1933 che aveva creato una robusta separazione di mestieri fra banche di deposito e banche d’investimento.
La prima parte della Regola Volcker è entrata nella legge Dodd-Frank in misura annacquata; di reintrodurre la separazione stile GlassSteagall non si è più parlato. Ma l’indebolimento della Dodd-Frank rispetto all’ispirazione iniziale è ancora poca cosa, in confronto a quel che le lobby di Wall Street sono riuscite a fare in seguito. Una volta varata quella legge, le lobby si sono ingegnate per svuotarne l’applicazione. Qui la battaglia più importante è stata quella contro la nuova agenzia per la protezione del depositante e dei consumatori di servizi finanziari. Quell’agenzia doveva essere uno dei capisaldi della riforma. Prima le banche hanno ottenuto che non fosse un’authority indipendente bensì sotto la tutela della Federal Reserve (dove gli stessi banchieri sono ben rappresentati soprattutto a livello locale). Poi è partita la formidabile guerra di Wall Street contro Elizabeth Warren, la coraggiosa docente di Harvard che era stata la vera e propria "madrina" dell’agenzia e che Obama voleva nominare alla sua testa. L’hanno spuntata le lobby, la Warren non è riuscita ad ottenere il via libera al Senato. Decisiva, in tutti questi casi, è stata la convergenza fra Wall Street e la destra repubblicana.
Nel frattempo il capitalismo americano non ha fatto nulla per emendarsi dei propri eccessi. Lo scandalo più eclatante rimane quello della superpaghe ai top manager. L’ultimo caso è quello di Léo Apotheker, il disastroso chief executive di HewlettPackard defenestrato dal consiglio d’amministrazione il mese scorso. Tutti sembravano d’accordo: il top manager aveva condotto il colosso informatico della Silicon Valley sull’orlo del baratro, andava cacciato al più presto. Risultato: il board della società lo ha "ringraziato" con un "premio di licenziamento" di 13 milioni di dollari. Se si aggiungono a quello che lui aveva guadagnato di stipendio"normale" (10 milioni), Apotheker ha stabilito un nuovo record. Perché il suo periodo alla guida di Hp è durato appena 11 mesi.
In questi tempi di crisi economica acuta, con 25 milioni di disoccupati, c’è un’America dove qualcuno viene licenziato per scarso rendimento e si ritrova con 23 milioni di dollari in tasca. Lo scandalo dei superstipendi per i top manager ormai ha prodotto quasi una sorta di assuefazione: una vicenda come quella di Apotheker vale un titolo in evidenza sui giornali per un paio di giorni al massimo. Poi si passa al successore, anzi la successora: Meg Whitman, ex chief executive di EBay, che è stata chiamata a sostituire Apotheker al vertice di Hp. Naturalmente con un contratto di assunzione blindatissimo, che anche a lei garantisce somme favolose a prescindere dal rendimento. Hp non è un’eccezione, è la regola.
Sapevamo di Wall Street, dove i banchieri colpevoli del tracollo sistemico del 2008 sono ancora ai loro posti oppure si godono una pensione dorata con dei bonus stratosferici. Ma anche la Silicon Valley, tanto decantata per la sua cultura dell’innovazione e del rischio imprenditoriale, in realtà rischia poco quando si tratta dei chief executive. Quello di Amgen (biotecnologie) se n’è andato con 21 milioni di stipendio annuo dopo che il valore dell’azienda in Borsa era caduto del 7% e lui aveva licenziato 2.700 dipendenti. E nessuno che tenti di stracciare i contratti blindati dei capi. Nell’America dove gli operai di Gm e Chrysler si son visti dimezzare lo stipendio e decurtare le pensioni, l’unica categoria che ha dei "diritti acquisiti" rigidissimi è l’oligarchia manageriale. Com’è possibile? Finalmente uno studio rivela il perché. Anzi, tre studi, perché del tema scottante si sono occupate tre équipe di ricercatori universitari, guidate rispettivamente da Michael Faulkender (University of Maryland), Jun Yang (Indiana University) e John Bizjak (Texas Christian University).
Usando la documentazione raccolta dalla Sec gli studiosi hanno raggiunto la stessa conclusione. Dietro l’aberrazione delle supergratifiche c’è il fenomeno del "peer benchmarking". Per "benchmarking" si intende un metodo che fissa degli obiettivi standard che un’azienda deve raggiungere o superare (è molto usato nel marketing). "Peer" sta per "pari grado". Dunque, i ricercatori hanno scoperto che il 90% dei consigli d’amministrazione delle grandi aziende Usa al momento di assumere un amministratore delegato fissano la sua paga guardando alle paghe dei suoi simili. E con una regola precisa: invocando il pretesto che bisogna "attirare i migliori", le paghe dei neoassunti devono essere "superiori al compenso mediano" (la mediana, in statistica, è il valore più frequente in un gruppo).
Quindi la spirale perversa che spinge sempre più su le paghe dei top manager ha una causa semplice: il tuo chief executive va pagato più di quello della porta accanto. E’ così che dagli anni Settanta i compensi dei top manager sono più che quadruplicati (in potere d’acquisto reale) mentre nello stesso periodo lo stipendio medio dei dipendenti è arretrato del 10% in termini reali. L’hanno battezzata anche la "sindrome del Lago Wobegon", nome del luogo immaginario inventato dall’animatore radiofonico Garrison Keillor, "dove tutti i bambini sono superiori alla media". Peccato che non possa dirsi altrettanto per la maggioranza degli americani.
L’ultima grande manifestazione coi sindacati fu nel 1999 a Seattle, contro il Wto, e l’incrocio con la violenza dei noglobal ne segnò di fatto la sconfitta. Solo giovedì scorso i sindacati hanno deciso di unire nuovamente le proprie forze a quelle di una protesta spontanea e prevalentemente giovanile, unendosi a "Occupy Wall Street". Fino a quel momento era stata la destra a occupare le piazze, con il Tea Party, a dimostrazione che l’egemonia conservatrice su una robusta fetta dell’opinione pubblica americana resiste dai tempi di Ronald Reagan.
Il movimento "Occupy Wall Street" ha ricevuto un’attenzione elevata dai media perché ha scelto di localizzarsi nell’epicentro del nuovo Impero del Male. Anche gli americani che votano a destra sono generalmente consapevoli che questa crisi è stata innescata dalle malefatte dei banchieri, con i mutui subprime e la finanza tossica. Quello che a destra non è affatto chiaro, invece, è che dopo il 2009 una malefica convergenza tra il populismo antiStato del Tea Party e le lobby di Wall Street ha impedito di mettere i banchieri in condizione di non nuocere. E’ fondamentale ricordare cos’è accaduto attorno alla legge Dodd-Frank, nota anche come Wall Street Reform and Consumer Protection Act. Quella legge, firmata da Barack Obama il 21 luglio 2010, porta il nome dei due principali firmatari, il senatore Chris Dodd e il deputato Barney Frank, ambedue democratici.
Fu l’esito finale di una lunga battaglia legislativa, iniziata per impulso di Obama quando ancora i democratici avevano la maggioranza in ambedue i rami del Congresso, e quando ancora fra i loro ranghi era vivo l’impeto riformatore provocato dal disastro di Wall Street. Ma già nell’iter legislativo l’azione sistematica delle lobby aveva indebolito quella che doveva essere la grande riforma dei mercati. Due sono gli esempi più importanti. Primo: le agenzie di rating sono riuscite a tutelarsi da ogni tentativo di regolamentarle in maniera stringente; un risultato non da poco, alla luce dell’enorme conflitto d’interessi esploso in occasione della crisi dei mutui subprime (molti titoli strutturati avevano ricevuto rating "tripla A", naturalmente dietro pagamento di commissione da parte degli emittenti).
Secondo esempio: è stata rintuzzata dalle lobby di Wall Street l’ipotesi di introdurre la Volcker Rule, dal nome di Paul Volcker. Questo ex governatore della Federal Reserve, che era stato uno dei consiglieri più ascoltati di Obama in campo economico (ma ahimé solo durante la campagna elettorale e poco dopo) aveva suggerito inizialmente non solo un divieto onnicomprensivo alle banche di speculare su mezzi propri, ma perfino un ritorno alla legge GlassSteagall del 1933 che aveva creato una robusta separazione di mestieri fra banche di deposito e banche d’investimento.
La prima parte della Regola Volcker è entrata nella legge Dodd-Frank in misura annacquata; di reintrodurre la separazione stile GlassSteagall non si è più parlato. Ma l’indebolimento della Dodd-Frank rispetto all’ispirazione iniziale è ancora poca cosa, in confronto a quel che le lobby di Wall Street sono riuscite a fare in seguito. Una volta varata quella legge, le lobby si sono ingegnate per svuotarne l’applicazione. Qui la battaglia più importante è stata quella contro la nuova agenzia per la protezione del depositante e dei consumatori di servizi finanziari. Quell’agenzia doveva essere uno dei capisaldi della riforma. Prima le banche hanno ottenuto che non fosse un’authority indipendente bensì sotto la tutela della Federal Reserve (dove gli stessi banchieri sono ben rappresentati soprattutto a livello locale). Poi è partita la formidabile guerra di Wall Street contro Elizabeth Warren, la coraggiosa docente di Harvard che era stata la vera e propria "madrina" dell’agenzia e che Obama voleva nominare alla sua testa. L’hanno spuntata le lobby, la Warren non è riuscita ad ottenere il via libera al Senato. Decisiva, in tutti questi casi, è stata la convergenza fra Wall Street e la destra repubblicana.
Nel frattempo il capitalismo americano non ha fatto nulla per emendarsi dei propri eccessi. Lo scandalo più eclatante rimane quello della superpaghe ai top manager. L’ultimo caso è quello di Léo Apotheker, il disastroso chief executive di HewlettPackard defenestrato dal consiglio d’amministrazione il mese scorso. Tutti sembravano d’accordo: il top manager aveva condotto il colosso informatico della Silicon Valley sull’orlo del baratro, andava cacciato al più presto. Risultato: il board della società lo ha "ringraziato" con un "premio di licenziamento" di 13 milioni di dollari. Se si aggiungono a quello che lui aveva guadagnato di stipendio"normale" (10 milioni), Apotheker ha stabilito un nuovo record. Perché il suo periodo alla guida di Hp è durato appena 11 mesi.
In questi tempi di crisi economica acuta, con 25 milioni di disoccupati, c’è un’America dove qualcuno viene licenziato per scarso rendimento e si ritrova con 23 milioni di dollari in tasca. Lo scandalo dei superstipendi per i top manager ormai ha prodotto quasi una sorta di assuefazione: una vicenda come quella di Apotheker vale un titolo in evidenza sui giornali per un paio di giorni al massimo. Poi si passa al successore, anzi la successora: Meg Whitman, ex chief executive di EBay, che è stata chiamata a sostituire Apotheker al vertice di Hp. Naturalmente con un contratto di assunzione blindatissimo, che anche a lei garantisce somme favolose a prescindere dal rendimento. Hp non è un’eccezione, è la regola.
Sapevamo di Wall Street, dove i banchieri colpevoli del tracollo sistemico del 2008 sono ancora ai loro posti oppure si godono una pensione dorata con dei bonus stratosferici. Ma anche la Silicon Valley, tanto decantata per la sua cultura dell’innovazione e del rischio imprenditoriale, in realtà rischia poco quando si tratta dei chief executive. Quello di Amgen (biotecnologie) se n’è andato con 21 milioni di stipendio annuo dopo che il valore dell’azienda in Borsa era caduto del 7% e lui aveva licenziato 2.700 dipendenti. E nessuno che tenti di stracciare i contratti blindati dei capi. Nell’America dove gli operai di Gm e Chrysler si son visti dimezzare lo stipendio e decurtare le pensioni, l’unica categoria che ha dei "diritti acquisiti" rigidissimi è l’oligarchia manageriale. Com’è possibile? Finalmente uno studio rivela il perché. Anzi, tre studi, perché del tema scottante si sono occupate tre équipe di ricercatori universitari, guidate rispettivamente da Michael Faulkender (University of Maryland), Jun Yang (Indiana University) e John Bizjak (Texas Christian University).
Usando la documentazione raccolta dalla Sec gli studiosi hanno raggiunto la stessa conclusione. Dietro l’aberrazione delle supergratifiche c’è il fenomeno del "peer benchmarking". Per "benchmarking" si intende un metodo che fissa degli obiettivi standard che un’azienda deve raggiungere o superare (è molto usato nel marketing). "Peer" sta per "pari grado". Dunque, i ricercatori hanno scoperto che il 90% dei consigli d’amministrazione delle grandi aziende Usa al momento di assumere un amministratore delegato fissano la sua paga guardando alle paghe dei suoi simili. E con una regola precisa: invocando il pretesto che bisogna "attirare i migliori", le paghe dei neoassunti devono essere "superiori al compenso mediano" (la mediana, in statistica, è il valore più frequente in un gruppo).
Quindi la spirale perversa che spinge sempre più su le paghe dei top manager ha una causa semplice: il tuo chief executive va pagato più di quello della porta accanto. E’ così che dagli anni Settanta i compensi dei top manager sono più che quadruplicati (in potere d’acquisto reale) mentre nello stesso periodo lo stipendio medio dei dipendenti è arretrato del 10% in termini reali. L’hanno battezzata anche la "sindrome del Lago Wobegon", nome del luogo immaginario inventato dall’animatore radiofonico Garrison Keillor, "dove tutti i bambini sono superiori alla media". Peccato che non possa dirsi altrettanto per la maggioranza degli americani.
Di Alessandro Cori e Ilaria Venturi, Repubblica Bologna, 12 ottobre 2011
Un centinaio di giovani tenta di entrare nella sede dell'Istituto. Polizia e carabinieri reagiscono. Una studentessa di 23 anni trasportata in ospedale: colpita al volto, ha quattro denti rotti e il labbro spaccato. Poi il corteo è proseguito: assalto agli uffici del Tribunale. Buttati in strada faldoni di documenti
Tensioni a Bologna davanti alla sede di Banca d’Italia. E’ scontro tra le forze dell’ordine e i centri sociali. Un centinaio di studenti indignados stamattina alle undici si è presentato in piazza Cavour, davanti alla sede del palazzo già blindata da un cordone di carabinieri e polizia in tenuta antisommossa.
“A voi i debiti a noi la borsa e la vita”, recitava lo striscione dei manifestanti, molti di loro con scudi di polistirolo e con una statua raffigurante di Santa Insolvenza e Diritto all'insolvenza. “Vogliamo entrare, non è nostro il debito”, “non vogliamo più essere sfruttati, siamo precari e diciamo basta, ci ribelliamo”, gridavano. E ancora: “Diritto all’insorgenza”, e il coro: “Default, entro in banca e sono felice se non pago il debito”. La manifestazione faceva parte della giornata nazionale di protesta contro l'Istituto centrale di credito, in preparazione della manifestazione generale di protesta del 15 ottobre, a Roma.
Per ben due volte i ragazzi hanno tentato di entrare e sono partite le manganellate. Una ragazza di 23 anni, Martina, studentessa di Arti Visive, è stata ferita: quattro denti rotti e il labbro spaccato. E' stata portata via in ambulanza.
A quel punto la situazione è degenerata. A mezzogiorno i manifestanti, dopo un lancio di uova e di vernice, sono partiti in corteo per le vie del centro storico. Con altri “obiettivi”. Passati per via Castiglione, si sono diretti a vicolo Monticelli, dove - utilizzando come ariete un paletto di metallo - sono entrati nell'Ufficio Pignoramenti del Tribunale. Poco dopo, un gruppo di manifestanti ha sfondato la porta dell'Ufficio Notifiche, buttando all'aria registri e documenti e scaraventando alcuni faldoni e cartelline fuori dalle finestre.
La protesta degli "Indignados" bolognesi si è conclusa, verso le 13, in piazza Verdi, cuore della zona universitaria.
“A voi i debiti a noi la borsa e la vita”, recitava lo striscione dei manifestanti, molti di loro con scudi di polistirolo e con una statua raffigurante di Santa Insolvenza e Diritto all'insolvenza. “Vogliamo entrare, non è nostro il debito”, “non vogliamo più essere sfruttati, siamo precari e diciamo basta, ci ribelliamo”, gridavano. E ancora: “Diritto all’insorgenza”, e il coro: “Default, entro in banca e sono felice se non pago il debito”. La manifestazione faceva parte della giornata nazionale di protesta contro l'Istituto centrale di credito, in preparazione della manifestazione generale di protesta del 15 ottobre, a Roma.
Per ben due volte i ragazzi hanno tentato di entrare e sono partite le manganellate. Una ragazza di 23 anni, Martina, studentessa di Arti Visive, è stata ferita: quattro denti rotti e il labbro spaccato. E' stata portata via in ambulanza.
A quel punto la situazione è degenerata. A mezzogiorno i manifestanti, dopo un lancio di uova e di vernice, sono partiti in corteo per le vie del centro storico. Con altri “obiettivi”. Passati per via Castiglione, si sono diretti a vicolo Monticelli, dove - utilizzando come ariete un paletto di metallo - sono entrati nell'Ufficio Pignoramenti del Tribunale. Poco dopo, un gruppo di manifestanti ha sfondato la porta dell'Ufficio Notifiche, buttando all'aria registri e documenti e scaraventando alcuni faldoni e cartelline fuori dalle finestre.
La protesta degli "Indignados" bolognesi si è conclusa, verso le 13, in piazza Verdi, cuore della zona universitaria.
«Que vivan los estudiantes!» La lezione cilena
In Cile la storia si ripete. Nel Cile in cui, grazie al golpe del 1973 contro il socialista Allende ed ai 17 anni di dittatura fascista di Pinochet, i “Chicago boys” dello scomparso Milton Friedman hanno sperimentato la “contro-rivoluzione capitalista”, e le sue ricette poi estese al resto del mondo. Il primo e principale laboratorio del neo-liberismo è uno dei Paesi dove le diseguaglianze economiche e di opportunità hanno percentuali imbarazzanti. A dirlo non sono i soliti comunisti, ma un rapporto dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse). Con il ritorno alla “democrazia”, i 20 anni post-dittatura di governo della Concertaciòn, del centro-sinistra, hanno solo approfondito e “migliorato” lo stesso modello, lasciando sostanzialmente intatta la struttura economica (e militare) del Paese. Quel modello capitalista che fa acqua da tutte le parti. Il centro-sinistra ha continuato il “lavoro sporco” e la luna di miele del governo di destra di Sebastián Piñera con il Paese, oggi è amara e ormai mostra le corde. Nell’ultimo anno le mobilitazioni dei terremotati, del movimento ambientalista che si oppone ai progetti delle multinazionali (tra cui l’italiana Enel), le rivendicazioni dei Mapuche e di altre popolazioni originarie contro la rapina delle loro terre, l’inarrestabile movimento degli studenti a cui si è aggiunto il movimento sindacale (principalmente del settore pubblico) hanno marcato la forte ripresa del conflitto sociale. Un conflitto che è il più aspro dalla fine della dittatura di Pinochet, con una estensione e radicalizzazione inedita.
Non bastano più le operazioni di “marketing” di Piñera, il magnate della TV e del calcio dal cinico sorriso ingessato. Non basta più il ricordo del salvataggio dei 33 minatori. La realtà supera il “reality” ed il governo cerca a tutti i costi di recuperare la caduta verticale di sostegno che gli aveva fatto vincere le elezioni interrompendo il ventennio di centro-sinistra.
La Uniòn Democratica Independiente, (UDI), il partito del ex-dittatore Pinochet e dei suoi nipotini, è oggi più forte nel governo, con una ulteriore svolta a destra. E’ una destra sorda alle richieste degli studenti, dei lavoratori, dei movimenti, più abituata al manganello ed alle armi, che al dialogo.
All’alba di Venerdì scorso, la violenta repressione fa la prima vittima: Manuel Gutiérrez Reinoso, un adolescente colpito da un proiettile. E un altro è in fin di vita.Le rivendicazioni dei movimenti sono chiare e godono della simpatia della gran parte della popolazione: educazione gratuita e senza lucro (il settore è quasi tutto in mani private), il miglioramento della qualità dell’educazione, la ri-nazionalizzazione delle imprese del rame che permetta destinare le risorse alla spesa sociale con una più giusta ridistribuzione delle entrate, la riforma fiscale che faccia pagare i ricchi, una assemblea costituente che rediga una nuova costituzione per abolire quella di Pinochet.
Nelle manifestazioni è importante il coinvolgimento dei quartieri popolari, le “poblaciones”, fino ad oggi al margine delle proteste. Così come la loro estensione nelle altre città (Iquique, Antofagasta, La Serena, Concepciòn, Temuco, Valdivia e Valparaiso il principale porto cileno).
Una storia che conosciamo: studenti e lavoratori in piazza con le loro richieste, manifestazioni determinate, ma pacifiche, che si trasformano in violenti scontri grazie a un mix di provocazioni e disperazione sociale, la criminalizzazione del conflitto con le accuse di terrorismo.
Una storia che parla a noi. A un Italia che è sottoposta a terapie shock e sembra ancora addormentata. Dove settori della cosiddetta opposizione, il PD, si dicono contrari allo sciopero generale ed alle mobilitazioni sindacali. Dove le ricette lacrime e sangue del governo faticano a trovare un’opposizione dal basso capace di articolarsi e farlo cadere, garantendo un’alternativa politica credibile. E’ questo il nostro compito. Il Cile ce lo ricorda.
Marco Consolo
da Liberazione del 27 agosto 2011
Non bastano più le operazioni di “marketing” di Piñera, il magnate della TV e del calcio dal cinico sorriso ingessato. Non basta più il ricordo del salvataggio dei 33 minatori. La realtà supera il “reality” ed il governo cerca a tutti i costi di recuperare la caduta verticale di sostegno che gli aveva fatto vincere le elezioni interrompendo il ventennio di centro-sinistra.
La Uniòn Democratica Independiente, (UDI), il partito del ex-dittatore Pinochet e dei suoi nipotini, è oggi più forte nel governo, con una ulteriore svolta a destra. E’ una destra sorda alle richieste degli studenti, dei lavoratori, dei movimenti, più abituata al manganello ed alle armi, che al dialogo.
All’alba di Venerdì scorso, la violenta repressione fa la prima vittima: Manuel Gutiérrez Reinoso, un adolescente colpito da un proiettile. E un altro è in fin di vita.Le rivendicazioni dei movimenti sono chiare e godono della simpatia della gran parte della popolazione: educazione gratuita e senza lucro (il settore è quasi tutto in mani private), il miglioramento della qualità dell’educazione, la ri-nazionalizzazione delle imprese del rame che permetta destinare le risorse alla spesa sociale con una più giusta ridistribuzione delle entrate, la riforma fiscale che faccia pagare i ricchi, una assemblea costituente che rediga una nuova costituzione per abolire quella di Pinochet.
Nelle manifestazioni è importante il coinvolgimento dei quartieri popolari, le “poblaciones”, fino ad oggi al margine delle proteste. Così come la loro estensione nelle altre città (Iquique, Antofagasta, La Serena, Concepciòn, Temuco, Valdivia e Valparaiso il principale porto cileno).
Una storia che conosciamo: studenti e lavoratori in piazza con le loro richieste, manifestazioni determinate, ma pacifiche, che si trasformano in violenti scontri grazie a un mix di provocazioni e disperazione sociale, la criminalizzazione del conflitto con le accuse di terrorismo.
Una storia che parla a noi. A un Italia che è sottoposta a terapie shock e sembra ancora addormentata. Dove settori della cosiddetta opposizione, il PD, si dicono contrari allo sciopero generale ed alle mobilitazioni sindacali. Dove le ricette lacrime e sangue del governo faticano a trovare un’opposizione dal basso capace di articolarsi e farlo cadere, garantendo un’alternativa politica credibile. E’ questo il nostro compito. Il Cile ce lo ricorda.
Marco Consolo
da Liberazione del 27 agosto 2011
Antipolitica. La rivolta contro il potere e le tentazioni populiste
L´illusione tecnocratica, l´assalto ai governanti "tutti ladri e corrotti": analisi di un fenomeno che da decenni attraversa la storia della Repubblica. L´indignazione non è contro un sistema da abbattere ma contro un ceto che ha deluso e che viene rifiutato con la stessa energia con cui lo si era amato C´è già chi si prepara a sfruttare ancora una volta, dopo la prima nel 1994, la stanchezza dei cittadini per costruirci sopra una nuova carriera
Antipolitica è molte cose. È la disperazione di Adelchi morente: «non resta che far torto o patirlo. Una feroce forza il mondo possiede». La politica ha in sé, per sempre, lo stigma del peccato, della violenza che si replica nei secoli. Antipolitica è essere persuasi che la politica è l´Inferno in terra. Antipolitica è anche l´ostinazione di Antigone a uscire dall´implacabile logica amico/nemico che il re Creonte codifica nelle sue leggi: chi ha combattuto contro la città va messo al bando dall´umanità, anche da morto; va escluso dalla sepoltura. Ma un´uscita verso una comunità d´amore e non d´odio – quell´uscita che Antigone desidera – non può avvenire sulla terra: solo nell´Ade c´è spazio per la pietà. Antipolitica è poi quella di Julien Benda che difende la purezza disinteressata del sapere dalla commistione con la politica. Ed è anche lo sforzo di Thomas Mann di sfuggire alla forza d´attrazione gravitazionale che si sprigiona dal semplice sapere che la politica esiste, e che è la dimensione della nostra finitezza.
Questa antipolitica "di rinuncia" (tragica oppure profetica: dopo tutto anche il Sermone della Montagna è antipolitico) è una critica della politica così radicale che, paradossalmente, la conferma nei suoi tratti più crudi – quelli stessi evidenziati dai "realisti" più spietati –, proprio perché vede nella politica solo violenza e dominio. Una posizione che rinuncia ad agire, rivolgendosi all´aldilà o ipotizzando un mondo radicalmente diverso da questo; e che deve accettare di pagare con la morte e con la sconfitta – sempre – ogni tentativo di modificare la politica e le sue bronzee leggi.
Ma antipolitica può anche essere, al contrario, l´atteggiamento rivoluzionario di chi vede in un sistema politico un ostacolo da rimuovere integralmente, per instaurare un nuovo ordine di cose. L´originaria aspirazione del marxismo era portare l´umanità, attraverso il proletariato, a superare del tutto la politica: che è falsa e mistificante perché rispecchia e codifica l´alienazione che si genera nei rapporti di produzione capitalistici. Ma non si può certo affermare che questa fosse una fuga dalla politica: anzi, ha generato una potenza politica enorme, un anelito alla palingenesi che ha segnato più d´un secolo di storia mondiale.
Ci sono poi altre forme di antipolitica. C´è la tecnocrazia, ovvero la convinzione – maturata nel positivismo ottocentesco, e nelle pratiche manageriali novecentesche – che la politica sia un modo primitivo di regolare la coesistenza degli uomini. Quanto più la scienza e la tecnica progrediscono, tanto più emergono problemi oggettivi, né di destra né di sinistra, che richiedono, per essere risolti, non politica ma competenza, non conflitti ma decisioni efficaci, nate da un sapere specialistico, interno alle cose. È cronaca di oggi, ma è anche storia: la storia dell´illusione novecentesca della pianificazione, l´utopia dell´automazione. Ed è anche la ricorrente tentazione di non volere vedere che quanto più la società è complessa tanto più è intrinsecamente politica; che non esistono soluzioni ‘tecniche´ ai problemi politici, che la pretesa di oggettività è sempre veicolo di potere: che chi pianifica – chiunque sia – fa politica, non tecnica.
Se questa antipolitica vuole cacciare i politici perché incompetenti, per sostituirli con tecnici, un´altra, analoga a questa, li vuole cacciare perché ladri e corrotti. Ma l´antipolitica ‘di protesta´, dell´indignazione, dell´onestà e della legalità, per giustificata che sia (del resto, anche quella della competenza lo è: pensiamo ai tunnel per i neutrini), non va al di là della rabbia contro la Casta, del lancio di monetine, dello sventolio di cappi. In ogni caso, questa antipolitica è rivolta non contro la politica in quanto tale né contro un sistema da abbattere con la rivoluzione, ma contro un ceto politico che ha deluso le aspettative – che viene rifiutato con la stessa feroce energia con cui lo si era amato; che viene respinto come corrotto tanto quanto da esso ci si era lasciati corrompere – . Ed è quindi, con ogni evidenza, essa stessa una politica, che non sa di esserlo, o non vuole ammetterlo.
Il rischio a cui va incontro è che risulti passiva e inefficace, che sia una valvola di sfogo per i cittadini, che si sottraggono alle proprie responsabilità e le scaricano sulla classe politica, divenuta il capro espiatorio universale. È questo rischio che rende questa antipolitica manovrabile da chi ne sa cogliere l´ingenuità credulona, cioè dall´imprenditore politico populista, che sfrutta il qualunquismo e l´indignazione per sostituirsi ai vecchi politici, e finge che tutto cambi perché tutto resti com´è (o peggiori radicalmente).
Non a caso, c´è già chi (il solito Cavaliere) si prepara a sfruttare ancora una volta – dopo la prima, nel 1994 – la stanchezza dei cittadini per l´indecenza, l´inettitudine, la corruzione, dei politici, e a costruirci sopra una nuova carriera politica. E ci si dovrà veramente dichiarare "antipolitici" se questa operazione di ri-verginazione avrà successo: se cioè Berlusconi, con un "partito dell´antipolitica" (un ossimoro che si smaschera da sé), riuscirà a convincere gli italiani che è un uomo nuovo, non toccato da scandali, competente, non contaminato dalla politica. Se cioè, invece di venire escluso, saprà ancora includere gli italiani nel suo populismo affabulatorio – tanto più politico quanto più antipolitico –.
di Carlo Galli, la Repubblica, 6 ottobre 2011Antipolitica è molte cose. È la disperazione di Adelchi morente: «non resta che far torto o patirlo. Una feroce forza il mondo possiede». La politica ha in sé, per sempre, lo stigma del peccato, della violenza che si replica nei secoli. Antipolitica è essere persuasi che la politica è l´Inferno in terra. Antipolitica è anche l´ostinazione di Antigone a uscire dall´implacabile logica amico/nemico che il re Creonte codifica nelle sue leggi: chi ha combattuto contro la città va messo al bando dall´umanità, anche da morto; va escluso dalla sepoltura. Ma un´uscita verso una comunità d´amore e non d´odio – quell´uscita che Antigone desidera – non può avvenire sulla terra: solo nell´Ade c´è spazio per la pietà. Antipolitica è poi quella di Julien Benda che difende la purezza disinteressata del sapere dalla commistione con la politica. Ed è anche lo sforzo di Thomas Mann di sfuggire alla forza d´attrazione gravitazionale che si sprigiona dal semplice sapere che la politica esiste, e che è la dimensione della nostra finitezza.
Questa antipolitica "di rinuncia" (tragica oppure profetica: dopo tutto anche il Sermone della Montagna è antipolitico) è una critica della politica così radicale che, paradossalmente, la conferma nei suoi tratti più crudi – quelli stessi evidenziati dai "realisti" più spietati –, proprio perché vede nella politica solo violenza e dominio. Una posizione che rinuncia ad agire, rivolgendosi all´aldilà o ipotizzando un mondo radicalmente diverso da questo; e che deve accettare di pagare con la morte e con la sconfitta – sempre – ogni tentativo di modificare la politica e le sue bronzee leggi.
Ma antipolitica può anche essere, al contrario, l´atteggiamento rivoluzionario di chi vede in un sistema politico un ostacolo da rimuovere integralmente, per instaurare un nuovo ordine di cose. L´originaria aspirazione del marxismo era portare l´umanità, attraverso il proletariato, a superare del tutto la politica: che è falsa e mistificante perché rispecchia e codifica l´alienazione che si genera nei rapporti di produzione capitalistici. Ma non si può certo affermare che questa fosse una fuga dalla politica: anzi, ha generato una potenza politica enorme, un anelito alla palingenesi che ha segnato più d´un secolo di storia mondiale.
Ci sono poi altre forme di antipolitica. C´è la tecnocrazia, ovvero la convinzione – maturata nel positivismo ottocentesco, e nelle pratiche manageriali novecentesche – che la politica sia un modo primitivo di regolare la coesistenza degli uomini. Quanto più la scienza e la tecnica progrediscono, tanto più emergono problemi oggettivi, né di destra né di sinistra, che richiedono, per essere risolti, non politica ma competenza, non conflitti ma decisioni efficaci, nate da un sapere specialistico, interno alle cose. È cronaca di oggi, ma è anche storia: la storia dell´illusione novecentesca della pianificazione, l´utopia dell´automazione. Ed è anche la ricorrente tentazione di non volere vedere che quanto più la società è complessa tanto più è intrinsecamente politica; che non esistono soluzioni ‘tecniche´ ai problemi politici, che la pretesa di oggettività è sempre veicolo di potere: che chi pianifica – chiunque sia – fa politica, non tecnica.
Se questa antipolitica vuole cacciare i politici perché incompetenti, per sostituirli con tecnici, un´altra, analoga a questa, li vuole cacciare perché ladri e corrotti. Ma l´antipolitica ‘di protesta´, dell´indignazione, dell´onestà e della legalità, per giustificata che sia (del resto, anche quella della competenza lo è: pensiamo ai tunnel per i neutrini), non va al di là della rabbia contro la Casta, del lancio di monetine, dello sventolio di cappi. In ogni caso, questa antipolitica è rivolta non contro la politica in quanto tale né contro un sistema da abbattere con la rivoluzione, ma contro un ceto politico che ha deluso le aspettative – che viene rifiutato con la stessa feroce energia con cui lo si era amato; che viene respinto come corrotto tanto quanto da esso ci si era lasciati corrompere – . Ed è quindi, con ogni evidenza, essa stessa una politica, che non sa di esserlo, o non vuole ammetterlo.
Il rischio a cui va incontro è che risulti passiva e inefficace, che sia una valvola di sfogo per i cittadini, che si sottraggono alle proprie responsabilità e le scaricano sulla classe politica, divenuta il capro espiatorio universale. È questo rischio che rende questa antipolitica manovrabile da chi ne sa cogliere l´ingenuità credulona, cioè dall´imprenditore politico populista, che sfrutta il qualunquismo e l´indignazione per sostituirsi ai vecchi politici, e finge che tutto cambi perché tutto resti com´è (o peggiori radicalmente).
Non a caso, c´è già chi (il solito Cavaliere) si prepara a sfruttare ancora una volta – dopo la prima, nel 1994 – la stanchezza dei cittadini per l´indecenza, l´inettitudine, la corruzione, dei politici, e a costruirci sopra una nuova carriera politica. E ci si dovrà veramente dichiarare "antipolitici" se questa operazione di ri-verginazione avrà successo: se cioè Berlusconi, con un "partito dell´antipolitica" (un ossimoro che si smaschera da sé), riuscirà a convincere gli italiani che è un uomo nuovo, non toccato da scandali, competente, non contaminato dalla politica. Se cioè, invece di venire escluso, saprà ancora includere gli italiani nel suo populismo affabulatorio – tanto più politico quanto più antipolitico –.
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