recensione a cura di Simone Rossi
Sul quotidiano britannico The Morning Star di mercoledì 26 ottobre 2011 è apparsa una breve che riguarda la Libia; durante una cerimonia tenuta tre giorni prima, il presidente del Consiglio Nazionale di Transizione libico Mustafa Abdul-Jalil ha annunciato che il governo transitorio introdurrà la Sharia, la legge coranica, nel Paese. Una notizia entusiasmante che può fornirci un'idea sul nuovo corso democratico e libertario intrapreso da questa nazione, appena liberata da una dittatura liberticida ed oppressiva durata oltre quarant'anni.
Sempre nella sua dichiarazione, Abdul-Jalil ha spiegato che qualsiasi norma o legge contraria ai principi coranici sarà eliminata dal corpus libico. Uno degli esempi pratici riguarda il diritto di famiglia e lo status delle donne in Libia; donne che spesso e volentieri in Occidente prendiamo ostaggio per giustificare i nostri pregiudizi e qualche bomba nei Paesi arabi o mussulmani.
Una delle prime iniziative che il nuovo governo prenderà, estremamente necessaria nel contesto di un Paese appena uscito da una guerra civile e da ricostruire tanto fisicamente quanto socialmente, riguarderà la legge che ha modificato il diritto di famiglia nel 1984, che sarà annullata per decreto. Tralasciando l'alto valore democratico di un atto che modifica un aspetto importante della quotidianità dei libici e delle libiche senza che il Parlamento o l'assemblea dei rappresentanti del popolo, cerchiamo di comprender cosa questa modifica comporterà:
- reintroduzione del diritto degli uomini a sposare fino a quattro donne senza il consenso della/e moglie/i "in carica" - i mariti potranno ottenere il divorzio semplicemente dichiarandolo
- le mogli potranno chiedere il divorzio ma perderanno il diritto agli alimenti e non potranno reclamare la proprietà della casa in cui hanno vissuto con la famiglia
- le donne sposate avranno diritto a metà delle eredità spettante ai loro fratelli.
Comunque vorrei rassicurare le sorelle libiche. Se avranno la medesima "buona" sorte delle consimili afgane, i nuovi governanti si rivolteranno contro i loro padroni occidentali prima o poi e potremo proclamare una nuova guerra per liberarle dal giogo oscurantista.
Da "Morningstaronline"
New Libya leader to bring in sharia law
Tuesday 25 October 2011
LIbya's new leaders have announced their intention to make Sharia law the main source of legislation in the developing country.
Western-backed chief Mustafa Abdul-Jalil said during a ceremony on Sunday night that he would scrap by decree the progressive Family Law of 1984, which was introduced by the former regime to restrict polygamy.
And Mr Abdul-Jalil declared that any laws that contradicted its tenets will be nullified.
Sharia allows men to marry up to four women without the approval of one another or even without their knowledge.
Men are also allowed to divorce their wives by proclamation.
Women have the right to ask for a divorce under any circumstances without the man's approval. But in such a case the woman foregoes rights to maintenance.
Islamic law also stipulates that married daughters receive half the inheritance that sons receive.
Adelrahman al-Shatr of the newly-formed National Solidarity Party expressed concern over Mr Abdul-Jalil's announcement, saying that it amounted to "a disaster for Libyan women.
"By abolishing the marriage law, women lose the right to keep the family home if they divorce," he said.
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Quell'osceno linciaggio in mondovisione
Di Annamaria Rivera da "Liberazione" del 24/10/2011
Articolo segnalato e commentato da Francesca Congiu.
La Rivera coglie sobriamente e con forza tutti i punti del problema e lo fa dalla parte di chi ragiona e spera sotto il segno della pace. Oltre ad evidenziare le contraddizioni di cui tutti siamo consapevoli e sulle quali si è innestata questa guerra, con i vari contropiede degli Stati coinvolti a riportare la democrazia, e che poco prima stringevano mani e offrivano calorosi abbracci al rais libico, questo articolo ci racconta di come siamo ancora schiacciati, “oppressi” dice la Rivera, dal sistema della guerra. Che una logica di pace non sia diventata ancora sistema, ma sia costantemente giudicata il farnetico di chi non prende posizione o di chi non ha una visione concreta sul mondo reale, è solo indicativo del livello di assuefazione alla guerra, al conflitto, alla prevaricazione che domina le nostre esistenze, a livello economico, linguistico, lavorativo, finanche affettivo, e dalle quali non riusciamo minimamente ad astrarre. Se uscire dal recinto di questa logica è utopia, non è però “being aloof”, come vorrebbero la politologia e certa storiografia. Perché utopia non è solo proiezione verso un futuro ipotetico o auspicato, ma anche proiezione verso il passato, verso ciò che non è stato e che avrebbe potuto essere. Utopia significa messa in crisi del sistema, visione critica. Rendere possibili altri “luoghi”, altre strutture di pensiero è una rivoluzione, ma occorre avere la voglia di dedicare il tempo necessario per fermarsi e riflettere su quanto spesso anche un generalista senso di pietà post mortem, come la stampa e la politica hanno mostrato a tutti, possa essere indotto dalla logica dell’antiumano. Questa logica della “Carità”, che è poi più tipicamente mediterranea, facendo leva sulle nostre coscienze per ragioni di carattere, di formazione, di educazione (l’eroismo e la pietà sono due parole chiave del mondo occidentale) è quella che regge i nostri Stati in una coazione a ripetere dove in cambio di sicurezza e di reddito, la società civile è espropriata e si lascia espropriare della sua creativa capacità di pensare a ciò che può portare ad una vera giustizia e una vera libertà.
Se qualcuno avesse finora coltivato l'illusione del progresso, ecco l'ennesima prova della barbarie progressiva in cui precipita questo nostro tempo infelice. Convenzioni planetarie e diritti umani, Onu e tribunali internazionali si rivelano ancora una volta istituzioni vacue, prive di sostanza, buone solo quando valgono a riaffermare la supremazia dei padroni della terra. Rigurgita e prevale lo spirito che una volta si sarebbe detto primitivo: la logica sacrificale, la messa a morte di un avversario divenuto Nemico totale, assoluto, ontologico, da abbattere nel più orrendo dei modi per fondare ritualmente il nuovo ordine sociale e politico. Che finirà per somigliare ineluttabilmente al vecchio, poiché nasce dalla medesima logica simbolica, da un analogo progetto di annientamento di chiunque intralci o si opponga al nuovo ordine.
Avevamo sperato all'inizio che l'insorgenza contro la Guida divenisse rivolta di popolo e come tale prevalesse per liberare il paese dalla dittatura appena mascherata dalla retorica populista e antimperialista, coccolata dall'Europa e dagli Stati Uniti, sfruttata per il suo immenso serbatoio petrolifero e come cane da guardia dei nostri sacri confini. Essa invece si è via via sottomessa alla protezione e agli interessi occidentali, che peseranno come un macigno sulla costruzione della "nuova" Libia. D'altronde niente di positivo può sorgere da una caccia e un abbattimento simili a quelli di cui sono vittime gli animali selvatici, col cadavere straziato della bestia tuttora insepolto, conservato in una cella frigorifera per polli, poi un container per casse d'acqua minerale, infine esposto al mercato dei polli di Misurata, per la gioia di folle esaltate e col gusto del macabro: analogie che confermano, se mai ce ne fosse bisogno, quale continuità leghi la violenza inflitta alle creature non umane a quella esercitata sugli umani. Né trattamento migliore è stato riservato al corpo di Muatassim, figlio del Rais. Luc Mathieu, inviato speciale di Libération, racconta che il suo cadavere, gettato sul pavimento di un'abitazione modesta, nella strada polverosa di un sobborgo di Misurata, è stato mostrato, appena protetto da una specie di coperta lacera e sporca, alla folla ansiosa d'insultarlo e fotografarlo. Fra la calca urlante, in un angolo, «un bambino di appena tre anni osservava in silenzio il cadavere seminudo, con gli occhi aperti e la gola trapassata da un buco rosso di sangue».
Dicono gli antropologi che uno dei caratteri distintivi della civiltà umana rispetto alle società animali sarebbe il trattamento rispettoso dei cadaveri, il fatto di tributare ai non più vivi qualche rituale più o meno solenne e di organizzare in loro onore cerimonie di cordoglio. In verità, non solo gli innumerevoli esempi del passato ma anche la ripetizione di quelli dei giorni nostri sembrano non più definibili come le eccezioni che confermano la regola: la loro serialità mette in dubbio la superiorità della specie umana.
Infine. Pochi hanno osato dichiarare - fra questi Emma Bonino - che Gheddafi meritava un processo equo, da parte di un tribunale indipendente e condotto nel pieno rispetto dei diritti umani dell'imputato. Questa sì sarebbe stata una nemesi perfetta: processare il Rais per i suoi crimini, rispettando rigorosamente quei diritti che egli ha sistematicamente conculcato ai suoi "sudditi", soprattutto agli avversari. Ma un esito simile avrebbe comportato il rischio che l'ex dittatore rivelasse cose imbarazzanti per i protettori della "nuova" Libia. I quali oggi si confermano nella miserabile etica personale e politica che li contraddistingue. Il nostro despota, della Guida compare in affari, merende e bordelli, a commento della sua fine orrenda fa emergere dal fondo delle scarse reminiscenze scolastiche un beffardo "Sic transeat gloria mundi". L'ingessato - anche mentale - ministro degli esteri si compiace con parole più esplicite dell'esecuzione dell'ex alleato, definendola «una grande vittoria del popolo libico». Proprio lui, Frattini, che solo nove mesi fa, dopo la caduta del regime di Ben Ali, additava ai tunisini come modello da imitare giusto Gheddafi, esempio luminoso «di dialogo con le popolazioni di un Paese arabo». Non era ancora soddisfatto, il collezionista compulsivo di gaffe, della cantonata recente: l'8 gennaio, appena sei giorni prima della fuga di Ben Ali, lo aveva elogiato come campione della lotta contro il terrorismo e con ammirevole lungimiranza aveva parlato della rivolta popolare in Tunisia come di una turbolenza passeggera.
Che dire? Il nostro tempo è abitato da folle di muti cadaveri martoriati e da cadaveri putrefatti che prendono la parola e parlano in nostro nome. Speriamo che un'insurrezione pacifica planetaria prima o poi abbatta la tanatocrazia che, insinuandosi anche nel nostro immaginario, ci domina, ci sfrutta e ci opprime.
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Valentino Parlato: "Cosí finisce male una guerra ingiusta".
Un'intervista di Wanda Marra da "Il fatto quotidiano" del 21/10/2011
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